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Ritrovarsi coi dazi di Donald Trump e non sapere che abito mettersi: sta un po’ così, Giorgia Meloni. Sognava di riuscire ad azzerare le imposte protezionistiche tra Europa e Stati Uniti; poi si sarebbe accontentata del 10 per cento; alla fine è arrivato il 30 per cento, e la presidente del Consiglio, pure lei che è l’autodichiarata amica prediletta del capo della Casa Bianca, s’è ritrovata spiazzata, come tutti.
E allora un po’ s’è votata all’europeismo come estremo rifugio («Sui dazi tratta la Commissione», ripete), proprio mentre il suo vice, Matteo Salvini, chiede all’Italia di fare da sola nei negoziati con Trump e attacca Ursula von der Leyen; e un po’, in modo più o meno discreto, ha iniziato a chiedere ai leader dell’opposizione di collaborare tutti insieme, in nome della solidarietà nazionale. Mossa, al momento, più che altro tattica: perché se è vero che nelle trattative transatlantiche l’Italia, da sola, può poco, è anche vero che per Meloni le conseguenze dei dazi sull’economia sono anche, e soprattutto, un tema di politica interna. Ne va del suo rapporto con le imprese, tra l’altro: perché il legame privilegiato, perfino idilliaco, che la lega al presidente di Confindustria Emanuele Orsini, da solo sembra non bastare più a evitare che tra industriali e imprenditori si diffonda una certa sfiducia sull’operato del governo.






