Gentile Direttore, scrivo come familiare di una persona coinvolta nella tragedia di Crans-Montana. Ritengo doveroso, innanzitutto, riconoscere il lavoro svolto da Il Gazzettino, che nel raccontare quanto riguarda mia sorella Alessandra ha riportato informazioni corrette e verificate, attenendosi esclusivamente ai fatti così come sono stati riferiti direttamente. Un approccio serio e rispettoso, che dimostra come sia ancora possibile fare informazione senza spettacolarizzare il dolore. Purtroppo, quanto è stato scritto e trasmesso da gran parte della stampa nazionale e da diversi programmi televisivi su mia sorella è stato l'esatto contrario. Sono state diffuse notizie false, ricostruzioni arbitrarie, dettagli inventati e insinuazioni prive di qualsiasi riscontro. Un vero e proprio cannibalismo mediatico.
Non si è trattato di informare, ma di semplificare, deformare e alimentare sospetti attorno alla figura di mia sorella.
Questo non è giornalismo. È una pratica che aggiunge sofferenza a chi è già colpito da una tragedia. Chi fa cronaca ha una responsabilità enorme. Dietro ogni titolo che riguarda mia sorella ci sono una persona reale, una famiglia, una rete di relazioni che non possono essere sacrificate sull'altare della visibilità. Diffondere il falso non è solo scorretto: è una forma di violenza. I lettori non chiedono gossip o clamore, ma verità, rigore e fatti verificabili. È tempo che il mondo dell'informazione si interroghi seriamente sui propri limiti e sulle proprie regole.











