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Ultimo aggiornamento: 7:18
“Se mia figlia fosse fuori sede non la manderei a vivere lì in Barriera. Ho anche dissuaso amici dal farlo coi loro figli”, questo il debutto della neorettrice dell’Università di Torino – la prima donna a capo dell’Ateneo – il 5 dicembre scorso durante l’audizione dei consiglieri comunali della città. E’ stata stimolata dalle domande di alcuni consiglieri di centrodestra circa il rapporto fra il CUA (Collettivo universitario autonomo) – tra le sigle ritenute responsabili della violazione della sede de La Stampa – e i centri sociali cittadini, fra cui Askatasuna.
Nel minestrone dell’ignoranza sono finiti tutti insieme: i gruppi d’opposizione con le loro frange meno controllabili, i fenomeni di devianza sociale che rendono insicure alcune zone della città più di altre, a partire dalla “Barriera” evocata dalla rettrice. Questioni ben distinte, collegate dall’oggettiva penuria di spazi di aggregazione, di svago e di cultura, così che ai maranza di periferia davvero non restano che i centri sociali e, dove possibile, gli oratori.
La rettrice ci è proprio cascata: chiamata in causa sul rapporto fra università e città relativamente alle forme organizzative e all’azione politica degli studenti da un lato, alle politiche per la realizzazione di nuove residenze per i fuori-sede dall’altro, ha lo stesso sentito il bisogno di dare i voti. L’Università, invece di sentirsi chiamata a un’azione di ricerca sviluppo e e costruzione di opportunità, si è espressa come una madama della collina torinese. La costruzione della nuova Torino che in tanti vagheggiamo avrebbe bisogno di ben altro nerbo e di precise assunzioni di responsabilità da chi ha in mano le leve del potere e della spesa.






