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Ultimo aggiornamento: 21:47

Non solo un processo penale, ma una pubblica gogna permanente. È anche attorno al concetto di “lapidazione verbale” che la Corte d’assise d’appello di Milano costruisce una parte centrale delle motivazioni con cui, lo scorso novembre, ha ridotto dall’ergastolo a 24 anni di carcere la condanna inflitta in primo grado ad Alessia Pifferi, accusata dell’omicidio della figlia di un anno e mezzo, lasciata sola in casa per sei giorni fino a morire di stenti.

Nelle 193 pagine depositate dai giudici, il clamore mediatico che ha accompagnato la vicenda viene descritto come un fattore tutt’altro che marginale, capace di incidere non solo sulla percezione pubblica dell’imputata, ma anche sul suo comportamento processuale e sull’intero svolgimento del giudizio. Un’esposizione mediatica definita “sofferta” e tale da rendere “difficile negare la lapidazione verbale” subita dalla donna per l’omicidio della figlia. Una bimba di appena 18 mesi lasciata morire di stenti per passare alcuni giorni con il compagno. Ma il biberon lasciato non era bastato alla piccola Diana.

Secondo la Corte, infatti, non vi sono elementi per affermare che il comportamento processuale di Pifferi successivo alla morte della bambina sia stato espressione di “accentuata capacità a delinquere”. Al contrario, esso sarebbe “sintonico con la deficitaria personalità dell’imputata” e dunque compatibile con il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, concesse in equivalenza all’unica aggravante ritenuta sussistente: il vincolo di parentela.