“Non vendi l’anima al diavolo se il diavolo sei tu”. Nelle cinque puntate di Fabrizio Corona: Io sono notizia, la docufiction prodotta da Netflix e lanciata in queste ore in streaming con tutti i crismi dell’evento, si ballonzola ancora una volta attorno al burrone interpretativo, etico, umano della già digerita sagoma diabolica del Fabrizio Corona nazionale. L’avido traditore perfino delle proprie fidanzate/mogli (spoiler: ha chiesto lui a Nina Moric, che conferma, di abortire per poi lucrarci come esclusiva, “da quel giorno, dopo l’aborto, incominciai a guadagnare tutti i giorni cifre esorbitanti per non ritrovarmi mai più in quella situazione in cui mi ero ritrovato. Capolavoro”), ossessionato dall’accumulo di denaro, svuotatore del lerciume del business troiaio patinato anni novanta duemila chez Berlusconi “da dentro”.
Una sorta di maschera luciferina senza freni (“non credo nell’amore puro, nella giustizia, nell’impegno sociale, nella beneficenza, nelle istituzioni”) oramai precostituita e riconoscibile dove sguazzano detrattori e fan, nonché, in primis Corona stesso, corpo inespugnabile, totem tatuato e invincibile, joker popolare, naturalmente ascoltato, perennemente giovane. La solita minestra “documentaria” è il solito frullatone biografico, schema stilistico oramai abusato e un tantino sfibrante, con il protagonista vero a tessere il filo principale del discorso (qui appunto Corona in posa magnetica da Falsissimo) mentre scorrono le immagini d’epoca dei telegiornali e dei servizi tv; le testimonianze pleonastiche (il povero Coruzzi imparruccato in un angolo buio, la Aprile modello tenente Colombo, Lele Mora con accappatoio/mantello in posa plastica davanti al laghetto pronto per un film di Tarantino); le ricostruzioni funzionali senza facce degli attori (eliminiamole per legge dello stato, grazie).













