La lingua russa è tornata a essere una questione di Stato. Lo dimostra la recente pubblicazione del nuovo Dizionario esplicativo della lingua russa di Stato: un manuale ufficiale, redatto dall’Università Statale di San Pietroburgo con il coinvolgimento della Chiesa ortodossa russa e sotto la supervisione del Ministero della Giustizia, inserito per decreto nell’elenco dei manuali e delle grammatiche che definiscono le norme della lingua letteraria russa moderna. D’ora in avanti dunque chi scriverà i testi scolastici, le comunicazioni ufficiali e le perizie, ma anche chi semplicemente vorrà conoscere il significato di una parola, dovrà attenersi alle indicazioni linguistiche riportate in questo testo, dove molte voci sono state cancellate e altre sono state riscritte in base al contesto politico attuale per consolidare l’ideologia di Stato e i valori tradizionali russi. Un progetto di riforma linguistica destinato però a misurarsi anche con un fattore nuovo e difficilmente controllabile: l’intelligenza artificiale.La nuova lingua di StatoLa pubblicazione del nuovo Dizionario “di Stato” si inserisce in una strategia più ampia in cui anche il linguaggio diventa uno strumento utile per promuovere valori, definire confini e identità e legittimare il conflitto in corso in Ucraina. Redatto secondo le indicazioni ufficiali dello Stato, non si limita a descrivere l’uso delle parole, ma ne “prescrive” l’uso, trasformandosi così in uno strumento normativo destinato a orientare istruzione, amministrazione e giustizia.“Questo aggettivo ‘statale’ può essere letto da diversi punti di vista”, ha commentato a Wired Gianpiero Piretto, traduttore ed esperto di cultura sovietica e russa, già docente di Cultura russa e Metodologia della cultura visuale all’Università degli Studi di Milano. “Da un lato c’è l’approvazione dello Stato: nell’introduzione infatti i curatori dicono di aver tenuto conto di un decreto presidenziale di Vladimir Putin che richiama la necessità di rispettare i valori spirituali e morali della tradizione russa nei manuali e nei testi didattici. Poi l’aggettivo ‘statale’ suggerisce che si tratta di un dizionario burocratico, giuridico, legale”. Insomma, uno strumento che ha un peso giuridico e potrebbe potenzialmente essere impugnato anche in tribunale per soppesare la posizione di un imputato e stabilire cosa è legittimo e cosa è sanzionabile.“È un po’ come se lo Stato dicesse: vi diciamo qual è la lingua che ci aspettiamo che parliate. E questa lingua statale è una lingua burocratica da cui sono stati estromessi molti termini delicati e complessi – spiega Piretto –. Sono andato a documentarmi sulle posizioni politiche dei curatori del Dizionario e ho visto che tutti hanno sostenuto l’invasione dell’Ucraina: la loro fedeltà al regime quindi è indiscutibile. Tuttavia, in certi punti si avverte un’adesione non totale al discorso propagandistico. E mi sono venuti in mente alcuni casi sovietici, quando si diceva qualcosa ma non fino in fondo, come volendo assecondare la volontà del potere ma solo fino a un certo punto”.Le parole ammesse e quelle cancellateDiviso in due volumi e composto da 900 pagine e circa 45 mila lemmi, il Dizionario può essere acquistato per 2.600 rubli (circa 28 euro) ed è disponibile gratuitamente anche in versione elettronica. Sfogliandolo ci si accorge che ci sono parole che scompaiono e altre che “cambiano pelle”. Molte voci infatti sono state riscritte più per necessità strategica e geopolitica che per un reale aggiornamento del lessico.Basti prendere la definizione di “autoritarismo”, descritto come “la forma di governo più efficace nei periodi difficili di un paese”; o quella di “democrazia”, spiegata come “pratica della vita politica nei paesi occidentali”, dove “i cittadini hanno determinati diritti e libertà e le istituzioni statali agiscono nell'interesse delle persone più influenti che influenzano il processo decisionale su questioni di vita politica, economica e sociale della società”.“Un altro esempio significativo è l’aggettivo ‘limitrofo’ – fa notare Piretto –, usato per definire quei paesi che non avrebbero una vera e propria autonomia o indipendenza, ma che fungerebbero da cuscinetto fra l’Occidente corrotto e la purezza della Russia, la Russia dei valori spirituali e morali”.Tra le voci più commentate dai linguisti e dalla stampa c’è quella dedicata al “matrimonio”, definito nel nuovo Dizionario russo come “l’unione familiare tra un uomo e una donna”, in piena sintonia quindi con i valori tradizionali propagandati dal Cremlino e la condanna alla comunità Lgbtq+. La voce si chiude con una precisazione sul matrimonio omosessuale, “condannato dalla chiesa ortodossa russa e non sostenuto dallo Stato russo”. Se però si guarda l’enciclopedia Treccani, si scopre che anche in Italia la definizione di matrimonio è sostanzialmente la stessa, con una differenza significativa: il matrimonio omosessuale nel vocabolario Treccani non viene nemmeno menzionato. “In effetti molto spesso i discorsi che abbiamo fatto sull’Unione Sovietica, e che facciamo oggi sulla Russia post-sovietica, sono riferibili anche a noi stessi o a molte altre culture”, riflette Piretto.Dal nuovo dizionario sono poi state omesse moltissime parole. “Mancano lemmi come ‘pravda’ (verità), ‘ljubov’ (amore), ‘vera’ (speranza) e ‘duša’ (anima) – nota Piretto –. In un dizionario che dichiara di essere stato redatto anche secondo le norme dettate dalla Chiesa ortodossa, è curioso che manchino proprio l’amore e l’anima. Tanto più se si pensa allo stereotipo della russkaja duša, l’anima russa, che per secoli ha occupato un posto centrale nell’immaginario e nella cultura russa”.Un manuale proiettato nel… passatoA differenza del periodo sovietico, quando il dizionario e più in generale l’utopia sovietica facevano ricorso a una fraseologia proiettata al futuro e al “radioso avvenire”, questo nuovo Dizionario guarda invece al passato e alla tradizione. Il risultato è una lingua che cambia la narrazione collettiva, spostando l’attenzione dal progetto futuro al mito di certi valori da recuperare a ogni costo.Paradossalmente anche il primo Dizionario esplicativo della lingua russa redatto nel Diciottesimo secolo, all’epoca dello zar Pietro il Grande fu uno strumento usato dal potere per tracciare la direzione politica del Paese. Con la differenza che allora la Russia guardava a Occidente e quel primo dizionario fu usato per introdurre e normalizzare delle parole straniere con il chiaro obiettivo di europeizzare la Russia.“Pietro il Grande voleva aprire la Russia all’Europa – osserva Piretto –. Oggi, invece, la Russia torna a chiudersi, a isolarsi, a ergersi come un monumento fondato su valori spirituali e morali. E questa invocata tradizione rischia di trasformarsi in una vera condanna per il popolo, almeno per quella parte della società che coltiva aspirazioni diverse”.Un’operazione politicaLa pubblicazione di questo Dizionario si inserisce in un’operazione politica molto più ampia, iniziata almeno nel 2005 con l’emanazione di una legge che stabilisce il russo come lingua di Stato valida su tutto il territorio della Federazione russa, un paese in cui convivono almeno 160 popoli diversi, quaranta dei quali indigeni. “Quella fu l’ennesima operazione colonialista – osserva Piretto –, che puntava a rendere il russo non soltanto una lingua franca, ma la lingua dominante”.Poi, come ricorda Piretto, dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina ci sono stati anche altri “esperimenti didattici”: dai nuovi libri di storia curati dall'ex ministro della Cultura Vladimir Medinskij alle lezioni “su ciò che conta” (Rasgovory o glavnom), che portano l’ideologia di Stato e il culto della guerra nelle scuole.Secondo alcuni studiosi, questo dizionario potrebbe dunque rappresentare un nuovo tassello nel più ampio mosaico per affermare la Russia come potenza e civiltà a sé stante. “Pensiamo alla russkaja idea, all’idea russa, che già in passato affermava la superiorità dello spirito russo. Oggi osserviamo una rivisitazione di concetti antichi, naturalmente con molta mistificazione”.L’impatto sulla società“Se si comincia fin dalla scuola a limitare il lessico e a stabilire quale sia il linguaggio legittimo e permesso, le implicazioni in termini di censura sono evidenti – osserva Piretto –. Ovviamente però la lingua viva, quella parlata tutti i giorni, continuerà a esistere e a trasformarsi indipendentemente dal regime. Lo fa però in modi diversi, a seconda delle condizioni: in esilio, per esempio, i russi emigrati stanno dando forma a una lingua ibrida, russificando termini inglesi o anglicizzando parole russe; in patria, invece, dove ci si deve adattare alle scelte linguistiche ufficiali, il lessico subisce le imposizioni dall’alto, ma continuerà a resistere negli spazi privati, nelle riunioni tra amici e familiari”.Se lo Stato prova a controllare il lessico, soprattutto quello scritto, ben più difficile sarà controllare le conversazioni orali, soprattutto quelle private. Se poi si analizza il russo parlato all’estero dalle migliaia di persone che hanno lasciato il paese dopo il 2022, si scopre che probabilmente è già in corso un processo di “decentralizzazione” della lingua russa da Mosca.La nascita di centri linguistici autonomi da MoscaSecondo il linguista dell'Università di Helsinki Mikhail Kopotev, intervistato dal canale Meduza, a differenza delle migrazioni del passato – in cui la lingua tendeva a “congelarsi” o a perdersi nel giro di poche generazioni – oggi la situazione è cambiata radicalmente.Internet e le comunicazioni continue permettono alle diaspore russofone di restare in contatto con la lingua madre e di trasmetterla più facilmente alle generazioni successive. Allo stesso tempo, nelle grandi comunità russofone all’estero stanno emergendo nuovi “centri linguistici” autonomi, non più subordinati a Mosca, che danno origine a varianti locali del russo. È un processo di “pluricentricità linguistica” finora inedito: il russo non si irradia più da un solo centro, da Mosca, ma si riforma in più luoghi del mondo, aprendo la strada alla nascita di un “nuovo russo” globale. “Stanno nascendo nuovi centri della lingua russa, non più così tanto legati a Mosca – sostiene Kopotev –. Mi vengono in mente i casi delle diaspore in Bielorussia o in Kazakistan, che ci permettono facilmente di immaginare una variante kazaka della lingua russa che non dipende più da Mosca. Si tratta di un fenomeno nuovo. Non si sa che cosa ne verrà fuori. Ed è possibile che fornisca una base per la nascita di un nuovo russo”.Quale sarà il futuro della lingua russaOggi la lingua russa si trova quindi all’incrocio di pressioni politiche e sociali senza precedenti. Alle quali si aggiunge un terzo fattore: quello tecnologico. Perché la scrittura contemporanea passa sempre più spesso attraverso strumenti automatici come l’IA. Secondo Mikhail Kopotev, l’intelligenza artificiale rischia in parte di inceppare i tentativi di controllo politico e ideologico della lingua russa. “I modelli linguistici usati dall’intelligenza artificiale si basano su una sorta di statistica: non guardano a ciò che è ‘corretto’ secondo lo Stato, ma a come le persone parlano in massa – sostiene Kopotev –. E poiché sempre più spesso creeremo testi facendoli passare attraverso questi programmi di intelligenza artificiale, il testo diventerà probabilmente non ‘corretto’ dal punto di vista di quello che vuole lo Stato, ma, per così dire, uniforme dal punto di vista statistico. Insomma, credo che ChatGPT causerà un nuovo spostamento nell’equilibrio delle forze che influenzano la lingua, livellando almeno i testi scritti. Le conversazioni orali invece sono un’altra questione”.In questo scenario, dunque, un dizionario non decide da solo come parlerà una società. Può certamente influenzare il livello di autocensura e la percezione che la società ha di sé e della realtà. Può diventare uno strumento giuridico e un manuale interpretativo. Ma la lingua continuerà probabilmente a fare ciò che ha sempre fatto: adattarsi, mescolarsi, reinventarsi. Tra norme imposte dall’alto e statistiche generate dagli algoritmi dell’AI, sarà probabilmente in questo spazio di attrito che si giocherà il futuro del russo.