Michela Ponzani è una storica che non passerà alla storia; perché non dice mai nulla di nuovo né di divergente, è di parte senza avere pensiero laterale. Per me è una corista, nel senso che canta nel gruppo degli intellettuali di sinistra, incapace di assoli ma con stonature logiche importanti. Ci si potrebbe chiedere se è lei che usa il culturame Pd per accreditarsi o se è questo che la arruola per rinforzare le sue terze linee, ma la caratura del personaggio non vale la fatica di sciogliere l’arcano. Nel lungo fine settimana festivo la signora si è esibita al festival romano “Più libri Più liberi”, quello del tentato sabotaggio democratico alla casa editrice di estrema destra “Passaggio al bosco”. Recitava nello spazio Robinson, quello allestito da Repubblica per fare un po’ di propaganda rossa; non a caso tra gli ospiti c’era Zoro.
La studiosa ha dichiarato che l’avvento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi «non è stato un cambio di governo bensì un cambio di regime». Curiosa tesi. Peccato che il collega che la intervistava per doveri di contratto non le abbia chiesto a quale regime cambiato Ponzani alludesse: Draghi, Conte, Gentiloni, Renzi, Letta, Monti? Lei avrebbe risposto Berlusconi, tanto è una storica, mica deve essere forte sull’attualità stretta. In questo regime comunque, la versione femminile del teppista del pensiero Tomaso Montanari si trova come un topo nel formaggio, libera di sdottoreggiare nel suo programma d’approfondimento Rai, a riprova che TeleMeloni imperversa.






