Il freddo che taglia il volto e le mani, il vento che spinge davanti a sé matasse spesse di nebbia, il cielo come orizzonte opaco che precipita dentro il fiume e i suoi argini resi invisibili; i passi pesanti verso l’osteria, la porta aperta e dentro il fumo, le voci roche, i tonfi dei bicchieri, di nuovo la porta che si apre e i passi verso l’argine. È l’universo del Polesine che si distende intorno al grande fiume, al Po, che dispensa vita e morte, che spinge a vagare e che riesce ad imprigionare. Di questo mondo un grande cantore è stato Gian Antonio Cibotto, scrittore, giornalista, sceneggiatore, intellettuale fuori rotta e fuori degli schemi, come la sua terra d’origine, a cui è dedicata una mostra a Rovigo aperta fino al 28 giugno 2026, a Palazzo Roncale, dal titolo Gian Antonio Cibotto (1925-2017)-Il gusto del racconto. Cibotto, scrittore di grande valore e, come sottolinea il titolo della mostra, con un inestinguibile passione per l’arte di raccontare, sembra aver subito il destino, comune a molti altri artisti, di aver tratto dalla provincia italiana forza inventiva e originalità, ma che hanno rischiato di rimanere incasellati nello schema del regionalismo, della provincia. Che li ha resi famosi e amati ma anche dimenticati, colpevolmente dimenticati. Dalle nebbie e dal dedalo di acque e terre polesano, alle montagne e i paesi dell’Aspromonte, luogo di miti e di natura primigenia, segnato da miseria e ingiustizia sociale: è il mondo di Corrado Alvaro, nato a San Luca, nel 1895, e morto a Roma nel 1956. È stato giornalista e viaggiatore, con una scrittura intessuta di suggestioni e radici antichissime e di una inquietudine tutta contemporanea, ma è con i suoi libri ambientati in Calabria, descritte soprattutto in Gente in Aspromonte, che conquista fama, riconoscimenti e lettori tra gli anni Trenta e Cinquanta. Poi quasi del tutto eclissati.