«Non capisco lo scetticismo manifestato su questa pista, che ritengo una concausa sugli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», ha tuonato il magistrato nel corso della audizione con un’irritazione palpabile. De Luca ha tracciato un quadro preciso: due precondizioni, l’isolamento sistematico prima di Falcone e poi di Borsellino all’interno della Procura di Palermo guidata da Pietro Giammanco, e una concausa determinante: il groviglio mafia-appalti che legava Cosa Nostra, imprenditori collusi e pezzi della politica nell'affare miliardario degli appalti pubblici. Sul coinvolgimento del terrorista neofascista Stefano Delle Chiaie e sulla presunta pista nera, De Luca non ha lasciato margini di interpretazione: «Guardando le carte ci siamo resi conto che si trattava di zero tagliato». Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta, Santi Bologna, dal canto suo, in un’ordinanza scrive che un magistrato della Procura nazionale antimafia, Gianfranco Donadio, trovò un documento firmato dal capitano Antonio Cavallo e grazie al quale fece colloqui investigativi per capire: se Delle Chiaie (figura della destra eversiva) avesse avuto un ruolo nella strage di Capaci; quali fossero i rapporti tra ambienti dell’estrema destra e Cosa Nostra. Ma questi colloqui, riporta l’ordinanza, «non potevano essere usati nei processi, per motivi procedurali». Tuttavia, l’allora Procuratore nazionale antimafia, «avrebbe potuto comportare, all’esito delle nuove acquisizioni, la tempestiva predisposizione di un atto di impulso da inviare alle autorità giudiziarie competenti a svolgere le relative indagini». Questo avrebbe permesso interrogatori tempestivi e verifiche importanti, quando i ricordi dei collaboratori erano ancora freschi. Sia Donadio sia dell’allora Procuratore Pietro Grasso sono stati interrogati.