Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
Inverno. "Ma tu che vai, ma tu rimani, vedrai la neve se ne andrà domani". Claudia non parla e ha gli occhi rossi e ascolta dal telefonino questa canzone di Fabrizio De André che sembra scritta per questi giorni sospesi. C'è un nuovo altare di fiori davanti a La Constellation. È apparso quasi per incanto questa mattina, ordinato, fresco, a spartire il traffico. Alle spalle c'è il Caffè 900 che ha riaperto dopo giorni di lutto. Claudia ha quindici anni e sembra ossessionata dalla musica e dalle parole. "Come la conosco? Mi zia. Me l'ha fatta ascoltare lei". Si capisce che non ha voglia di domande. Si limita a dire: "No, io non ero lì. Ma cambia qualcosa?". Poi si sposta e se ne va.Il nuovo giorno sta lentamente cambiando le cose. Non c'è voglia tra i sopravvissuti di dare confidenza, eppure molti sono qui. Non si staccano da questo posto e da questi fiori e li riconosci dagli occhi rossi e troppo scavati su un volto ancora da bambino. Il tempo lì ha segnati e adesso si è fermato. È un tempo rotto, sballato, divergente, dove ogni minuto va per conto suo e ognuno qui lo sta vivendo come fosse qualcosa di soltanto suo. Il tempo sta smentendo la Svizzera. Non è universale, non è preciso, non è una convenzione. Il fatto che proprio quassù non si possa misurare è una bestemmia contro la terra degli orologi, perché ci sono tempi che davvero non si possono sovrapporre. Sono quelli di chi è vivo e di chi è morto, di chi aspetta e di chi non spera, di chi ha da fare e di chi ha perso ogni voglia di esserci. A Crans-Montana questo tempo si sente camminando piano. Non fa rumore. Sta nei telefoni che non squillano, negli ospedali dove si entra con un documento in mano e si esce senza risposta, nei corridoi dove la lingua cambia a ogni porta. Francese, italiano, tedesco, inglese. Nessuna basta."La terra stanca sotto la neve, dorme il silenzio di un sonno greve". I ragazzi sono fermi e intorno c'è il caos sommesso delle televisioni, arrivate qui davvero da ogni angolo del mondo, e quasi chiedono scusa per la loro presenza ma non si possono nascondere e si intravede una diretta metro per metro e a semicerchio quasi con un filo di voce, come a preghiera, Qui chi fa il giornalista si vergogna. La montagna, intanto, resta uguale. Le piste vengono battute, i cartelli sono al loro posto, la neve non sa nulla dei nomi che mancano. Chi è venuto qui per sciare pensa a lasciarsi la tragedia alle spalle. Si va avanti e così sia.Crans-Montana è un luogo costruito per l'evasione, per la leggerezza, per l'idea che tutto sia temporaneo. Ma questo tempo no. Questo resta. È appunto sospeso. Lo percepisci con chiarezza quando ti sposti verso il confine della neve e c'è questa chiesa di quelle moderne in cemento che ti chiedi ogni volta se siano davvero una chiesa. Questa la riconosci da un campanile che rompe il grigio del cielo e in cima, una sopra l'altra, ci sono tre campane di diversa grandezza. Non puoi non chiederti per chi suonerà. È il tempo dell'attesa e delle risposte che non arrivano, I morti hanno già un posto nel discorso pubblico. Vengono contati, aggiornati, ripetuti. I feriti anche, quasi tutti. Ma poi restano loro: quelli che mancano. Non dispersi come nelle guerre o nei naufragi, ma non localizzati. È una formula neutra, burocratica, che non racconta l'attesa di chi sta dall'altra parte. C'è qualcosa di crudele nella precisione svizzera quando incontra l'imprevisto assoluto. Le procedure funzionano, ma il dolore non segue protocolli. L'identificazione richiede ore, giorni. La vita di chi aspetta non ne ha. Le autorità parlano con cautela. Le cifre sono provvisorie. I feriti gravi non sono identificabili subito. Alcuni documenti non sono stati trovati. Altri sono irriconoscibili. È tutto vero, tutto necessario. Ma intanto, fuori, c'è chi aspetta. Genitori, fratelli, amici. Gente che non chiede spiegazioni, chiede una parola. Anche brutta, anche definitiva. Purché arrivi.









