Ma guardate che non è mica una cattiva idea far suonare tutte le sere alle otto una campana per i bimbi non nati. No, dico: già che ci sono, tutti questi campanili, usiamoli. Ora certo. Sarebbe restrittivo limitarsi a chi poteva nascere e non è nato (circostanza che se ti è capitata in sorte te la ricordi anche senza campane, tra l’altro). E gli altri?

Vogliamo negare un rintocco agli amori finiti? Dove va l’amore quando finisce? Domandarselo alle sette. E alle sei? Una scampanata per gli orfani, specie quelli di guerra che sono moltitudini: pensarli tutti, raccogliersi in silenzio. Alle cinque: per i genitori orfani di figli, che non c’è nemmeno una parola per dirlo. Che almeno suonino le chiese.

Alle quattro un rintocco per le donne massacrate. Alle tre, per i morti sul lavoro. Alle due, la controra, per gli annegati in mare. All’una, quando siamo a tavola, un pensiero ai genitori e ai nonni.

A mezzogiorno, con festosa letizia, dodici rintocchi per chi vive in solitudine e non ha nessuno a cui dedicare campane. Alle undici: i carcerati, che non li pensa mai nessuno e vivono da bestie.

Alle dieci: gli ammalati, i moribondi, i vecchi lasciati negli ospizi, i lungodegenti, gli incoscienti, i terminali che vorrebbero terminare ma non possono. Alle nove: i senza carte, i clandestini, gli esseri umani reclutati nelle aziende dei bravi italiani schiavisti, per i senza nome, senza diritti. Campane a rotta di collo per gli invisibili: almeno quelle.