Con la demolizione della Vela rossa a Scampia si celebrano contemporaneamente l’epilogo di una storia urbanistica eccezionale e controversa e il prologo di un’altra, si spera, normale e condivisa. Celebrare è il verbo giusto perché da quando le Vele sono state elette a simbolo del male ogni cosa che accade a Scampia ha il carattere d’un rituale di purificazione. Troppe polemiche politiche per il passato, troppa cattiva letteratura e un’ambigua filmografia in un lungo presente si sono concentrate su di esse per tenerle ancora in piedi. Demolizione obbligata, capitolo chiuso, ma non si chiude la serie di Gomorra che si avvia a essere più longeva del male che racconta. A Scampia resterà la sola Vela celeste, destinata a funzioni pubbliche. Andrà restaurata con cura, non ristrutturata cambiandone i connotati salienti, perché rappresenta un “monumento” della modernità architettonica napoletana. Personalmente soddisfatto per l’avverarsi della proposta che feci in un convegno nel 2011 sul futuro delle Vele - salvare una sola Vela e “monumentalizzarla” - quando una delibera comunale prevedeva la loro totale cancellazione.

Una storia urbanistica eccezionale, si diceva, con un progetto che destò interesse nella cultura architettonica nazionale per una forma ispirata all’utopia della grande dimensione allora molto apprezzata, per l’accuratezza progettuale e tecnologica e per una dotazione di attrezzature mai realizzate. Fu un’esperienza progettuale condotta molto seriamente, vi parteciparono anche sociologi ed economisti. Perciò, non biasimo ma onore progettuale all’autore delle vele, Franz Di Salvo, tra gli architetti più dotati del secondo Novecento napoletano. Una storia anche controversa che incrocia oltre mezzo secolo di vita tribolata tra l’inizio negli anni Settanta e l’ultima demolizione, il terremoto del 1980 che è stato lo spartiacque tra una fase di legalità nell’assegnazione degli alloggi e quella successiva di resa all’illegalità. Due papi, Giovanni Paolo II nel 1990 e Francesco nel 2015, due presidenti della Repubblica, Ciampi nel 2005 e Mattarella nel 2023, tutti lì condotti in laico pellegrinaggio per una redenzione civile che solo oggi comincia ad apparire possibile. Un prologo, appunto, che andrà gestito all’insegna della normalità e della condivisione che sono mancate fino a un recente passato.