Con l’arrivo delle feste — Natale, Capodanno, fine anno — torna in molti ospedali italiani una tragedia purtroppo prevedibile: l’ondata di accessi al Pronto soccorso per ferite causate da fuochi d’artificio e petardi. Lo scorso Capodanno si è registrato il numero più alto di feriti degli ultimi dieci anni: 309 persone in tutta Italia, secondo i dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, di cui 90 minorenni. Molti di questi incidenti coinvolgono le mani e gli arti superiori e non di rado si traducono in lesioni gravissime, con interessamento simultaneo di cute, tendini, nervi, vasi e ossa, fino alle amputazioni, con una compromissione funzionale spesso permanente. Accanto al trauma meccanico, una componente rilevante è rappresentata dalle ustioni, che nei casi da esplosione sono frequentemente di secondo e terzo grado: ustioni termiche da contatto diretto, talvolta associate a ustioni chimiche provocate dai residui delle polveri pirotecniche, che penetrano nei tessuti e favoriscono contaminazioni e infezioni.

Nei traumi da botti l’energia sprigionata è elevata e concentrata: la mano subisce strappamenti e amputazioni traumatiche delle falangi e delle dita, talvolta con il coinvolgimento di altre parti dell’arto, in combinazione tra loro. I tessuti si presentano gravemente danneggiati o necrotici. Particolarmente insidiose sono le lesioni da scoppio, in cui l’onda d’urto può distruggere ampie porzioni di tessuto e compromettere l’arto a tal punto da rendere impossibile il recupero funzionale. È questa combinazione di ustione e trauma ad alta energia che rende i danni da esplosione così complessi da trattare. La chirurgia della mano è diventata oggi estremamente precisa e microchirurgica negli interventi, ma non va dimenticato che questo tipo di trauma rimane complesso e spesso richiede percorsi chirurgici lunghi e non sempre completamente risolutivi.