In attesa del referendum di primavera, ieri in Senato è diventata legge l’altra riforma della giustizia: quella che riguarda la magistratura contabile, figlia della proposta presentata da Tommaso Foti, di Fdi, prima di diventare ministro. Un intervento profondo, che modifica sia la legge del 1994, sulla giurisdizione e i poteri di controllo della Corte dei conti, sia il Codice della giustizia contabile del 2016. L’obiettivo principale è eliminare la “paura della firma” che colpisce gli amministratori pubblici, i quali, per paura di subire addebiti, scelgono spesso di fare il meno possibile, rinunciando anche a interventi che sarebbero utili alla collettività. Sebbene nella grande maggioranza dei casi quei processi si concludano con l’assoluzione, ne risultano comunque carriere (e talvolta vite) rovinate.

Una sindrome che la riforma cura ridefinendo il ruolo della Corte dei conti, che diventa organo di supporto degli amministratori, ai quali dovrà fornire un controllo preventivo di legittimità sugli atti più rilevanti, in modo che chi firma non debba più rischiare di incorrere in processi per danno erariale. Un “semaforo verde” pensato soprattutto per le opere del Pnrr e che sgombra il campo dall’ipotesi di colpa grave, ossia da inadempienze o negligenze inescusabili. Mentre nell’eventualità di condotte caratterizzate da colpa (esclusi quindi i casi di dolo e illecito arricchimento), il responsabile sarà chiamato a rispondere per non oltre il trenta per cento del danno causato, e comunque per una somma non superiore a due annualità del proprio stipendio.