Li chiamavano speakeasy: si doveva parlare piano, nei bar nascosti e fuorilegge durante il Proibizionismo. Spinto da movimenti puritani, il Volstead Act del 1919 proibiva produzione, commercio e consumo di alcolici negli Usa, finì invece per arricchire la mafia di Al Capone e i moonshiners, distillatori clandestini che lavoravano al chiaro di Luna. Ne giovò, paradossalmente, l’ospitalità mondiale, grazie agli speakeasy e ai cocktail creati per mascherare liquori di scarsa fattura. Allora come ora. In epoca recente, il revival dei bar di qualità ha comportato una riscoperta di etichette d’antan, come rye whiskey e vermouth, e una ripresa dell’accoglienza fatta di luci basse e osti in bretelle e baffi a manubrio. E dopo una prima ondata di locali segreti per davvero, cui si accedeva solo con una password o un’introduzione formale, oggi fioriscono i bar che all’invisibilità prediligono il nascondersi: sono lì, se ne conoscono indirizzo e modalità d’accesso, eppure riescono a rimanere sottotraccia.

Prevedibilmente, è negli Usa che gli speakeasy hanno ritrovato la loro verve sul finire del vecchio secolo: il compianto Sasha Petraske aprì il 31 dicembre 1999 il leggendario Milk&Honey, un’Atlantide per tutti i bar tender, in un sottoscala privo di insegne né telefono. Dalle sue ceneri nel Lower East Side a New York, è poi nato l’Attaboy, faro di punta della miscelazione planetaria e ancora senza indicazioni né menù. Poi, l’onda è arrivata ovunque.