Era il 1975. Un anno in cui il mondo sembrava ancora un posto dove il progresso marciava su quattro ruote, senza troppi rimorsi per il fumo che lasciava dietro. Eravamo nel pieno della crisi petrolifera, il prezzo del barile schizzava alle stelle, e l'umanità, con quel suo inguaribile ottimismo, rispondeva inventando automobili che bevevano benzina come se non ci fosse un domani.
In questo periodo Mercedes, con la solita flemma teutonica, presenta al mondo la 450 SEL 6.9, la versione lunga e cattiva della prima Clase S, quella W116 nata tre anni prima. Cinquanta anni dopo, nel 2025 che si avvia alla fine, questa "Mercedesona" – come la battezzarono i cronisti dell'epoca, con un misto di ammirazione e ironia – ci spiega cosa intendessimo per "futuro".
Una berlina di oltre cinque metri che nasconde sotto il cofano un V8 da 6,9 litri capace di spingerla a 225 chilometri orari. "La berlina più rapida del mondo", titolavano i giornali, superando di un soffio il Jaguar XJ12. Accelerava da zero a cento in 7,4 secondi, un'eternità per i parametri odierni, ma all'epoca era un dato da supercar.
Il motore, derivato da quello del leggendario W100, non era un urlatore da pista: la potenza massima arrivava a soli 4.250 giri, con una trasmissione a tre marce adattata per gestire quel torrente di coppia. Niente fronzoli, solo efficienza brutale. E poi, le chicche tecniche che facevano sentire i proprietari – industriali, diplomatici, forse qualche sceicco – come pionieri del domani: un sistema idraulico che aboliva la regolazione delle valvole, lubrificazione a carter secco per abbassare il muso e rendere l'auto più stabile. Cambi d'olio ogni 15.000 chilometri? Roba da fantascienza, in un'era in cui le macchine sembravano assetate di manutenzione.







