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Radio Popolare fu registrata come testata al tribunale di Milano il 24 dicembre del 1975, anche se poi le trasmissioni iniziarono ufficialmente l’anno successivo e diventarono sempre più regolari a partire dall’autunno del 1976. Ai tempi era una delle tante “radio libere” che nacquero negli anni Settanta in Italia per contrastare il monopolio della Rai, e che puntavano a raccontare storie che non venivano trattate dall’emittente nazionale. La sua prima sede era così piccola da essere soprannominata “Metrocubo” e per poter trasmettere sfruttava le frequenze di Radio Milano Centrale, un’emittente di cui successivamente assunse buona parte dei redattori.

Allora sembrava probabilmente impossibile pensare che sarebbe esistita ancora cinquant’anni dopo e in effetti la sua storia è abbastanza eccezionale: per la sua linea editoriale e alcuni programmi innovativi per l’epoca è diventata un punto di riferimento culturale a Milano, tanto da riuscire a mantenersi in gran parte con un sistema di abbonamenti, che è quello su cui si basa ancora oggi.

Radio Popolare nacque come cooperativa: era composta da diversi rappresentanti di sigle sindacali e partiti di sinistra (come Unità proletaria, Movimento lavoratori per il socialismo, Avanguardia operaia e Lotta Continua), dagli stessi redattori e anche dagli ascoltatori, che potevano entrare a farne parte comprando una tessera. L’abbonamento fu introdotto circa quindici anni dopo: essendo gratis e ascoltabile da chiunque a Milano e in certe zone del Nord Italia (e poi negli anni via satellite e in digitale), l’abbonamento veniva presentato come un modo per sostenere il progetto di Radio Popolare e di fatto non offriva nulla in cambio. È un modello che oggi si vede un po’ più spesso (per esempio sul Post) ma che ai tempi era tutt’altro che collaudato, eppure funzionò.