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Da decenni una delle zone più famose di Copenhagen, la capitale della Danimarca, è il quartiere di Christiania, descritto come una specie di «città libera» di 340mila metri quadrati, vicinissima al centro della città. Negli anni è stata raccontata come un esperimento sociale unico nel suo genere, nato negli anni Settanta dall’occupazione di un’ex base militare, e che ancora oggi vive di regole proprie e diverse dal resto del paese. Altri ne lodano le eccentricità: i tanti graffiti che riprendono l’estetica e gli slogan della controcultura hippie, le abitazioni stravaganti costruite dagli occupanti nel secolo scorso e il fatto che la vendita della cannabis sia stata a lungo tollerata.

Quest’ultima cosa è cambiata negli ultimi due anni con la chiusura di Pusher Street, la nota strada in cui si concentrava lo spaccio. Già da oltre un decennio, però, a Christiania è in corso un processo inesorabile di normalizzazione e, al contempo, di turistificazione che sta cambiando faccia al quartiere.

Una via di Christiania (Viola Stefanello/il Post)

L’esperienza di Christiania nacque nel 1971 dall’occupazione di un’ex caserma militare abbandonata. A occuparla fu un gruppo eterogeneo di persone: anarchici, hippy, attivisti per il diritto alla casa, persone di attitudini libertarie che non gradivano la presenza ingombrante dello stato sociale danese nella vita dei cittadini. L’intenzione, espressa all’epoca in un manifesto, era quella di creare «una società autonoma in cui ciascun individuo potesse svilupparsi liberamente pur mantenendo delle responsabilità nei confronti del resto della comunità». Un posto, insomma, dove non esistevano le leggi e ogni individuo era libero di fare sostanzialmente ciò che voleva, purché rispettasse gli altri e le decisioni collettive prese dalla comunità.