Nick Reiner è uno di quei “figli di Hollywood” che per anni hanno provato a restare ai margini della celebrità ereditaria. Non attore da copertina, ma autore: il suo nome emerge soprattutto come co-sceneggiatore di La rivoluzione di Charlie, film diretto dal padre Rob Reiner e nato da una materia autobiografica delicatissima, la dipendenza. È proprio lì che Nick, più che “figlio di”, diventa personaggio pubblico per scelta, raccontando in prima persona il lato meno glamour di Los Angeles: la riabilitazione, la strada, la vergogna e la fatica di tornare a casa. Nato a Los Angeles nel 1993, Nick viene descritto dal New Yorker come il “figlio di mezzo” di Rob e Michele Reiner: quello che, da ragazzino, arriva persino a far naufragare (con un voto familiare) l’idea del padre di candidarsi a governatore della California, per paura che la vita blindata dalla scorta gli impedisca una vita normale. È un dettaglio minuscolo ma rivelatore: in quella famiglia molto esposta, Nick rivendica presto il bisogno di quotidianità, poi arriva la frattura.