“La mia università è stata la povertà”. Diego Dalla Palma non gira intorno alle parole quando ricostruisce l’inizio della sua vita adulta per poi passare in rassegna tutta la sua vita. Lo fa in un’intervista al Mattino di Padova, in cui riavvolge il nastro dei ricordi a partire da quando arrivò a Milano a 18 anni, senza soldi e senza riferimenti, e finì a dormire nel pensionato Belloni di viale Fulvio Testi. “Per vicini di letto avevo barboni ubriachi che scorreggiavano“. La fame era costante, concreta: “Arrivai a prostituirmi in cambio di un panino”. È da qui che Dalla Palma fa partire il discorso sulla dignità, tema che attraversa tutta la sua riflessione: “Io mi cambio le mutande due volte al giorno, la prego di scriverlo”. Lo dice senza ironia: “Non perché mi pisci addosso. Ma basta una goccia, no? Voglio essere pulito e profumato, mi sforzo di stare dritto. E quando non potrò più farlo?”.

Prima di arrivare a Milano, però, c’è stata un’infanzia difficile a Enego, sull’altopiano dei Sette Comuni: “A scuola mi deridevano: ‘Femminuccia’”. Dopo la meningite linfocitaria avuta a sei anni, molti avevano paura che fosse contagioso: “Quanto male fa l’ignoranza“. Scendeva da Malga Lambara a scuola sul camion del latte. La madre Agnese gli ripeteva: “Te devi ’ndar via! No star qua fra le vache, come mì”. Nel 1968 gli mise in mano 25.000 lire: “Ghemo solo questi, ma no tornar indrìo!”. Il padre Ottavio lo salutò con una frase che non ha mai dimenticato: “Ricòrdate che sémo gente povera, no povera gente”. A Milano arrivò lo spaesamento totale: “Non sapevo dove lavarmi, dove dormire”. Da quella condizione estrema nasce anche la sua formazione umana e professionale. “La mia università è stata la povertà”. Più tardi avrebbe truccato attrici e cantanti, ma allora c’era solo l’urgenza di mangiare.