La sentenza ha suscitato lo sdegno dei genitori della vittima, ha in gran parte respinto le richieste della procura e scontentato anche la difesa dell'imputato, che lo voleva assolto: 11 anni di reclusione, di cui uno e due mesi già scontati, per l'omicidio di Fallou Sall. Il ragazzo aveva 16 anni quando la sera del 4 settembre 2024 fu pugnalato a morte in via Piave, alla periferia nord di Bologna da un coetaneo. Probabilmente, proprio la catena di eventi che portarono al delitto ha pesato nella decisione dei giudici del tribunale minori, che si sono espressi poco fa, dopo tre ore di camera di consiglio, ridimensionando ampiamente le richieste di pena.
Il ragazzo condannato, che dalle ore successive ai fatti è in carcere (ha subito confessato di essere l'autore e fatto ritrovare l'arma), era stato a lungo bullizzato durante i primi anni di scuola, tanto da dover cambiare istituto. Ciò nonostante, questo genere di abusi sarebbero continuati, in particolare, da parte di un altro sedicenne, nato in Bangladesh, che la sera dell'omicidio si trovava al parco del Velodromo insieme a Fallou e ad altri giovani. Qui c'è stato un diverbio ed un parapiglia tra i ragazzi, da cui il sedicenne armato di coltello è svicolato fuggendo a piedi. Raggiunto e braccato dal gruppo dopo qualche decina di metri, ha sempre sostenuto di aver menato colpi di coltello alla cieca, per difendersi da un pestaggio. Il bengalese rimediò qualche taglio profondo al collo e alla schiena, mentre Fallou, ferito all'addome, morì dissanguato in strada. Nella teoria dell'accusa, il cumulo di pena sarebbe dovuto arrivare a 21 anni di carcere, considerato l'omicidio, il tentato omicidio (oggi derubricato a lesioni gravi) e il porto illegale del coltello. Davanti a un verdetto dimezzato, il padre di Fallou, Mao Sall, ha dichiarato «Sappiate che oggi in Italia la pena per un omicidio è di 11 anni. Omicidio! Non tentato omicidio, omicidio. Questo è un bell'insegnamento per i nostri figli. È una vergogna». Accanto, la mamma Daniela, che con il marito ha seguito ogni fase del processo e preso spesso posizione pubblicamente contro la violenza giovanile, è rimasta in silenzio visibilmente commossa. Diametralmente opposta invece l'interpretazione data dal legale dell'imputato, Pietro Gabriele che aveva chiesto l'assoluzione ritenendo si fosse trattato di legittima difesa: «Valuteremo se fare appello - ha detto - dopo aver letto le motivazioni della sentenza».








