Le vittime del clima fanno causa a Shell. Un gruppo di 103 cittadine e cittadini delle Filippine, vittime del tifone Rai (noto a livello locale come Odette) ha denunciato la multinazionale del petrolio anglo-olandese Royal Dutch Shell presso una corte britannica. L’intenzione è quella di chiedere un risarcimento per il presunto ruolo avuto dalla società nell'aggravare la portata dell'evento estremo. La notizia è riportata dall'emittente BBC. Secondo i ricorrenti, la compagnia avrebbe “materialmente contribuito” al riscaldamento globale, situazione ulteriormente aggravata da una campagna di disinformazione climatica. Shell avrebbe inoltre saputo da decenni che le fonti fossili fossero la prima causa della crisi climatica, informazioni che avrebbe però tenuto per lungo tempo riservate. La Shell ha risposto definendo le accuse “senza basi”.Oltre 400 vittime causate dal tifoneIl tifone Rai ha colpito con particolare violenza Cebu, Siargao e la provincia di Bohol. Almeno quattrocento le vittime accertate e decine di migliaia di case danneggiate, interi isolati rasi al suolo, comunicazioni ed elettricità bloccate, per un bilancio dei danni di centinaia di milioni di dollari. Erano il periodo di Natale del 2021 quando il tifone si abbatteva sull’arcipelago asiatico, seminando morte e distruzione. I terribili venti fino a 270 chilometri orari avevano causato centinaia di migliaia di sfollati, privi di mezzi per ricominciare a vivere.Le accuse contro la Shell in tribunaleDa qui l'idea di cercare un risarcimento per tutte queste perdite e danni. Prima di depositare la denuncia, con una lettera i legali dei 103 sopravvissuti hanno informato il gigante petrolifero che, nonostante il caso sia stato sottoposto a una corte inglese – dal momento che Shell ha il quartier generale a Londra –, la richiesta è quella di applicare il diritto filippino, dove l'evento estremo si è verificato.La base dell’azione è un calcolo della piattaforma Carbon Majors, che stima come la società della conchiglia gialla avrebbe emesso il 2,04% del totale di gas serra bruciati nel periodo tra il 1892 (anno della fondazione) e il 2023, guadagnandosi la nona piazza su 180 compagnie ed entità statali analizzate. Come mostrano i dati, la produzione di greggio avrebbe raggiunto il picco nel 1973, per poi calare drasticamente in seguito allo shock petrolifero. Tutt’altro andamento la curva di produzione di gas, che avrebbe raggiunto il picco nel 2012, per poi scendere in modo piuttosto rapido. Il picco di produzione di carbone, invece, risalirebbe al 1989, e si è praticamente azzerata con il nuovo millennio.La difesa di Shell“È un’accusa senza basi, e non aiuterà a contrastare i cambiamenti climatici o a ridurre le emissioni”, avrebbe affermato un portavoce della Shell sentito dalla BBC. “L’idea che la Shell sapesse del cambiamento climatico e che avrebbe tenuto per sé questa informazione è semplicemente non veritiera. La questione e la soluzione fanno parte del dibattito pubblico e della ricerca scientifica da molti decenni”.Non sarà facile dimostrare queste accuse davanti a un tribunale. Diverse associazioni ambientaliste sostengono, però, che i progressi scientifici consentono di attribuire con maggior precisione rispetto al passato singoli eventi meteo estremi al più generale cambiamento climatico di origine antropica e, addirittura, di stimare il ruolo dei gas serra su una determinata tempesta.Non è chiaro, da quanto riportato, perché il gruppo abbia denunciato Shell e non altre società, per esempio Exxon Mobil o Chevron, che risultano aver inquinato anche di più. Nel database, comunque, c’è anche l’italiana Eni, che secondo i dati di Carbon Major sarebbe responsabile dello 0,46% delle emissioni globali negli anni compresi tra il 1950 e il 2023. Per l’Eni il picco delle emissioni derivanti dal petrolio sarebbe stato raggiunto nel 2005, con una discesa non troppo marcata negli anni a seguire. Molto più recente, invece, il picco della produzione di gas naturale: la vetta sarebbe stata toccata nel 2018 e, anche oggi, le cifre restano molto vicine a quelle di allora.Il precedente italiano: Greenpeace e Re:Common contro EniAnche la compagnia italiana sta attraversando una situazione analoga. Eni è stata portata in tribunale negli anni scorsi dalle ong Re:Common, Greenpeace e da dodici attivisti. Analizzare le motivazioni può aiutare a capire il perimetro in cui queste cause si stanno muovendo.“La responsabilità di Eni sulla crisi climatica è oramai conclamata", scrive Re:Common. "Eni infatti è responsabile a livello globale di un volume di emissioni di gas serra superiore a quello dell’intera Italia, essendo così uno dei principali artefici del cambiamento climatico in atto”, prosegue la ong.“La responsabilità di Eni sui cambiamenti climatici emerge con tutta evidenza. Le condotte violano diritti umani tutelati e protetti sia dalla Costituzione italiana sia, attraverso quest’ultima, da norme internazionali e accordi vincolanti per gli Stati e per le aziende. La violazione di queste norme comporta la commissione di condotte illecite che trovano tutela attraverso gli articoli 2043 e seguenti del codice civile con la necessità di un intervento sia risarcitorio in forma specifica che inibitorio, dal momento che l’aumento di temperatura del pianeta, che già oggi è in aumento, lo sarà sempre di più se non verranno rispettati gli obiettivi stabiliti nella Conferenza di Parigi”, prosegue la spiegazione.C'è, però, una differenza rispetto all'azione contro Shell. “Chiediamo – proseguono gli attivisti – di accertare e dichiarare che Eni, il ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa depositi e prestiti sono responsabili nei confronti dei cittadini italiani per danni alla salute, all’incolumità e alle proprietà”.Greenpeace Italia e Re:Common non chiedono una quantificazione dei danni patrimoniali, ma solo un accertamento delle responsabilità dei convenuti per i danni provocati. Allo stesso tempo chiedono a Eni di rivedere la sua strategia industriale per ridurre le emissioni di gas serra del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020, in linea con quanto stabilito dall’Accordo di Parigi.Da parte sua Eni ha risposto che l’azione civile “rispecchia una demonizzazione del ruolo della grande impresa in Italia e si fonda su tesi e pregiudizi smentiti dai fatti”. E ha definito le accuse “inaccettabili” tanto da aver provocato “una violenta e pericolosissima campagna d’odio nei confronti di Eni e dei suoi dipendenti”.La scienza alla prova legaleIl punto è che, se le responsabilità delle big oil nella crisi climatica sono chiare, provare in tribunale che i danni siano attribuibili a una particolare società non è facile. Anche se, spiega l'avvocato britannico specializzato in Climate law Harj Narulla, sentito dalla BBC, “sia la scienza sia la legge hanno abbassato l'asticella in maniera significativa in anni recenti”. Narulla non è legato alla causa contro Shell, precisa l'emittente. “È certamente un test, ma non il primo caso del genere. Sarà però la prima volta che una corte britannica andrà a fondo della questione dell'attribuzione scientifica da una prospettiva fattuale”.In altre parole, servirà a capire se le affermazioni della scienza possono reggere come prova in tribunale, approfondendo la questione in maniera analitica. Fino a oggi le cause intentate negli Stati Uniti sono spesso sfociate in un nulla di fatto. In Europa, un precedente – sempre contro Shell – c'è, ma, dopo una prima vittoria degli attivisti, la sentenza è stata rovesciata in appello.