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Mercoledì la cucina italiana è stata inserita all’interno della lista dei beni considerati patrimonio culturale immateriale dall’UNESCO, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere la cooperazione tra gli stati in ambito culturale e scientifico. La notizia è stata ripresa in Italia e all’estero dai giornali, celebrata dalle istituzioni politiche italiane e condivisa da moltissime persone sui social, con messaggi più o meno scherzosi sul proverbiale orgoglio nazionale degli italiani per il cibo.
Quando un bene materiale – come un sito architettonico o naturale – viene dichiarato patrimonio dell’UNESCO, l’impatto è spesso evidente: questo posto riceve maggiore visibilità, comincia a essere più promosso dalle agenzie turistiche e dall’amministrazione locale, i turisti aumentano e così anche i guadagni delle attività collegate, a volte con una trasformazione del posto stesso. Meno immediato invece è capire cosa questo riconoscimento significhi concretamente per un bene immateriale e dai contorni vaghi come “la cucina italiana”.
L’UNESCO ha detto che ciò che è stato incluso nella lista non è la tradizione culinaria italiana intesa come i suoi prodotti o le sue ricette, ma la cucina italiana come «attività collettiva» che valorizza la socialità e i momenti conviviali, la trasmissione del sapere attraverso le generazioni e l’attenzione alla stagionalità, cosa che la rende sostenibile da un punto di vista ambientale. La più ampia tradizione della cucina mediterranea era peraltro già stata inserita nella lista dell’UNESCO nel 2013.












