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Da venerdì 5 dicembre in via Aldo Moro a Roma, davanti alla sede centrale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR, il più grande ente pubblico di ricerca in Italia), una manciata di tende accoglie chiunque salga la lunga scalinata che conduce al palazzo. Al loro interno e in alcuni locali occupati della sede vivono a turno gruppi di ricercatori, che dopo anni di lavoro precario chiedono al governo e al parlamento che siano stanziati i fondi per i loro contratti a tempo indeterminato, come previsto dalla legge. I tempi sono però stretti perché la legge di bilancio per il 2026 è prossima all’approvazione e i fondi previsti non saranno sufficienti per provvedere a tutti i contratti.
Il CNR esiste da più di un secolo, ha circa 9mila dipendenti e più della metà di questi si occupano di fare materialmente ricerca in una grandissima quantità di ambiti di studio, dalla fisica alla chimica passando per le scienze biomediche, l’ingegneria, le scienze agroalimentari e i beni culturali. Le persone che fanno ricerca lavorano in 88 istituti e ci sono circa 230 laboratori e sedi in Italia. È una struttura enorme, fa capo alla pubblica amministrazione e non è sempre semplice da gestire. Una parte importante di chi lavora al suo interno per fare ricerca oggi è precaria.







