La cucina, quando è storia, smette di essere commestibile e diventa leggibile. In questo, l’Unesco ha compiuto un salto concettuale cruciale: riconoscere che certi gesti alimentari non producono solo pietanze, ma civiltà. La Lista del Patrimonio Culturale Immateriale, infatti, non musealizza ricette, bensì pratiche, ritualità, saperi e comunità che un piatto lo rendono possibile. Prima di domandarci se il cous cous sia più fragrante in Maghreb o a Palermo, occorre ricordare che l’Unesco non tutela il risultato nel piatto, bensì il processo. O meglio: il modo di stare al mondo che quel processo incarna.

Cucina italiana, è fatta: diventa Patrimonio immateriale dell’Unesco

Fra i riconoscimenti più recenti c’è La Cerca e Cavatura del Tartufo in Italia (2023). Non il tubero di lusso, ma la sua liturgia silenziosa: l’alba nel bosco, la fedeltà del cane, il fiuto del cercatore, la conoscenza millimetrica degli alberi simbionti, la tutela del terreno, il rispetto del riposo della foresta. È patrimonio non il tartufo, ma l’etica del cercare, tramandata per via orale, mai codificata, e proprio per questo vulnerabile.

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