La storia più cupa dell’inchiesta sui pestaggi di Santa Maria Capua Vetere non si consuma tra le mura del carcere, ma nel parcheggio assolato di Secondigliano. È lì che Benito Pacca, sovrintendente della penitenziaria, ha messo fine alla propria vita, con un colpo solo, il 25 giugno scorso, a pochi passi dalla struttura in cui aveva lavorato per decenni. Sessantanove anni quasi, pensione alle porte, un’indagine che lo teneva sveglio da mesi. Temeva che la sua carriera si sarebbe chiusa con un marchio di infamia. Lo diceva ai colleghi: «Ne voglio uscire presto». Ha deciso di farlo nel modo più drammatico. Il suo nome compare oggi tra i diciotto agenti archiviati dal gip. Per lui, come per gli altri, la Procura non ha trovato elementi per chiederne il rinvio a giudizio. Ma la salvezza è arrivata tardi, troppo tardi.
Quando il fascicolo si è chiuso, Pacca non c’era più. Resta un’ombra, il sospetto che il peso dell’inchiesta abbia contribuito a schiacciarlo. Nessuno l’ha detto apertamente, ma dentro il corpo di polizia lo pensano in molti. Era un uomo provato, irrigidito dall’idea di finire nel vortice mediatico. Si è trovato nel punto esatto in cui si spezza la linea tra responsabilità professionale e disfatta personale. Eppure il suo ruolo nella vicenda non era quello di un protagonista. Era uno dei cinquanta agenti del secondo filone d’indagine, arrivati da istituti esterni, irriconoscibili nei video perché coperti da caschi e mascherine. Un reparto di rinforzo, mai identificato con chiarezza nelle ore più violente del 6 aprile 2020. Trentadue di loro affronteranno l’udienza preliminare il 29 gennaio. Diciotto, compreso Pacca, sono fuori. Ma lui resta un punto fermo della tragedia: il solo agente morto (per propria mano) nella storia di quell’orrore, la vittima collaterale che nessuno sa come raccontare. Intorno a lui, la macchina della giustizia gira irregolare.







