C’è un motivo se Zootropolis 2 sta facendo impazzire tutti. E non è soltanto la vertigine dei numeri record che continua a macinare giorno dopo giorno. È qualcos’altro, qualcosa che ha a che fare con la rara capacità di un sequel di sorprendere, ma senza tradire. Questa volta Disney compie un piccolo miracolo narrativo: riconsegna al pubblico un mondo già molto amato, lo amplia, lo complica, e soprattutto lo rende necessario. Judy Hopps e Nick Wilde tornano in scena con tutta la loro fragilità. Li avevamo lasciati paladini della convivenza possibile, simboli inattesi di un equilibrio sociale fragile ma luminoso. Li ritroviamo invece spaesati, incastrati in quella fase di relazione che nessuna fiaba racconta. La parte faticosa, quotidiana, quella che non finisce sui poster: la manutenzione dei rapporti. È proprio lì che il film sorprende, perché non si accontenta di riportare i personaggi al punto di partenza. Li inchioda davanti alle loro paure più intime. Il Capo Bogo li spedisce a fare terapia di coppia per “Partner in crisi”. Una scena che potrebbe essere soltanto una gag, e invece diventa un fulcro emotivo inatteso. In quella sala circolare, piena di animali buffi e feriti, si respira una tenerezza che colpisce allo stomaco. La dottoressa Fuzzby, minuscola ma determinata, riesce a smontare con due parole le armature dei protagonisti. Ogni animale che parla sembra raccontare anche un pezzetto di noi. Le battute fanno ridere, certo, ma sotto ogni risata vibra un’eco di verità.