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Un album sospeso tra ironia, misticismo e tecnologia
I mondi lontanissimi di Franco Battiato, a dispetto del nome, non sono mai stati così vicini a noi. Anche a quarant'anni di distanza. Usciva, infatti, nell'aprile del 1985 il quattordicesimo album in studio dell'artista catanese. Quattordicesimo in assoluto, ma terzo dopo la grande svolta pop e il travolgente successo commerciale de La voce del padrone. E, quando si fa così bene (primo album italiano nella storia della discografia ad aver venduto più di un milione di copie) è facilissimo scivolare o dare l'idea di non aver eguagliato quel traguardo. Eppure è proprio quando tutte le metriche sono a proprio sfavore e non si può che far peggio di ciò che si è fatto prima - liberi dalle pressioni - che spesso si ottiene il meglio. E Mondi lontanissimi è un disco totalmente libero: dal compiacimento del pubblico, dall'ossessione delle hit parade (che pure ha scalato fino al terzo posto), dalle cantilene del tempo (presente e passato). Un album che prima è rimasto accartocciato tra i successi pop di inizi anni Ottanta e la






