Da qualche giorno è stata avviata la cessione dell’1,3% di azioni proprie in pancia a Cassa Depositi e Prestiti. Un piccolo pacchetto ma che le 61 Fondazioni azioniste non hanno voluto farsi sfuggire. La ragione? Il rendimento che assicura Cdp ma probabilmente anche il piccolo tesoro che custodisce. Un tesoretto che, stando a quanto elaborato da Il Sole 24 Ore, se valorizzato parzialmente, potrebbe portare nella casse di Via Goito, ai prezzi attuali, mezzi freschi per almeno 3,7 miliardi di euro.

Il portafoglio

È quanto è nascosto nel portafoglio di Cassa come frutto della cavalcata dei listini registrata nell’ultimo lustro (il Ftse Mib è cresciuto del 96% circa in cinque anni) di cui, alcune delle sue partecipate chiave, hanno saputo beneficiare in ampia misura, anche grazie alla strategia di investitore paziente e di lungo periodo di Cassa. Il riferimento, in particolare, è a Fincantieri, Poste e Webuild. Tre asset centrali per il gruppo controllato dal Tesoro ma sui quali, stante le quote di partecipazione detenute, almeno sulla carta, potrebbe esserci margine di manovra.

Poste

Poste, per esempio, è blindata a doppia mandata: un 35% fa capo a Cdp e un altro 29,2% direttamente al ministero dell’Economia e delle Finanze. Valorizzare un 5% della partecipata, dunque, non andrebbe a incidere in alcun modo sull’assetto di controllo ma potrebbe portare in cassa mezzi per oltre 1,3 miliardi di euro, buona parte plusvalenti. L’intera quota del 35% è infatti iscritta nei conti, stando agli ultimi dati disponibili (quelli del 2024), per 2,9 miliardi di euro. Quello stesso pacchetto, però, ai prezzi di Borsa attuali viaggia oltre i 9,4 miliardi ossia quota il 313% in più di quello che è il suo valore a bilancio. Il che, tradotto, significa che Cassa ha una plusvalenza implicita sulla partecipazione di 6,5 miliardi.