ISTANBUL - Una cornacchia è entrata chissà come nella moschea e svolazza gracchiando tra le cupole turchesi. Due gatti si stiracchiano sul tappeto rosso. Alla moschea Sultan Ahmed, soprannominata “moschea blu” a causa delle 21.043 piastrelle di ceramica bluastra, è un sabato mattina calmo. Fuori Istanbul è bagnata dalla pioggia, dentro non ci sono fedeli e quando Leone XIV arriva per la sua prima visita ad un luogo di culto musulmano da Papa (ha già visitato svariate altre moschee in giro per il mondo quando era superiore degli agostiniani) le voci riecheggiano nel vuoto.
Sulla soglia anche il Romano pontefice si toglie le scarpe e resta in calzini, rigorosamente bianchi. Lo guidano il gran muftì, il muezzin e il ministro della Cultura e del Turismo. Robert Francis Prevost ascolta attento, domanda, guarda col naso in su, contempla l’iscrizione in oro sopra il mirhab, è la sura 19 del Corano dedicata a Maria, figura venerata anche nell’islam. Non si ferma a pregare, come il Vaticano aveva previsto. «Mi hanno detto che avrebbe pregato», spiega ai cronisti il muezzin Asgin Tunca, «e io gli ho detto: se vuole può farlo, questa è la casa di Allah, ma lui ha detto: no, preferisco visitare la moschea. E’ stato un momento molto amichevole». Dunque non ha pregato? «Non so, forse individualmente», risponde l’esponente musulmano, «ognuno può parlare a Dio». I giornali turchi notano appena la cosa.











