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Ultimo aggiornamento: 11:25
“Il Doge non esiste più”. Lo dice a Reuters Scott Kupor, direttore dell’Office of Personnel Management (OPM). Il Dipartimento all’efficienza governativa, lanciato lo scorso gennaio da Donald Trump ed Elon Musk per ridurre la spesa pubblica e razionalizzare la macchina amministrativa, doveva restare operativo fino al luglio 2026. Chiude, piuttosto in sordina, otto mesi prima. La giustificazione ufficiale è che molte delle sue funzioni sono state assorbite proprio dall’OPM. In realtà, soprattutto dopo l’abbandono di Musk, il Doge era diventato una sigla, senza più molto a spartire con le idee, e le ambizioni, che ne avevano accompagnato la nascita.
“Al presidente Trump è stato dato chiaro mandato per ridurre gli sprechi, le frodi e gli abusi in tutto il governo federale. Lui continua a rispettare attivamente tale impegno”, afferma in una nota la portavoce della Casa Bianca, Liz Huston. Trump e collaboratori cercano dunque di mostrare che nulla è cambiato dopo la chiusura del Doge, che i principi e gli obiettivi che ne hanno accompagnato l’istituzione restano di ispirazione per l’amministrazione Usa. In realtà, non è così. Qualcosa è profondamente cambiato, da quando lo scorso febbraio Musk impugnò una sega elettrica sul podio della Conservative Political Action Conference e urlò: “Questa è la sega della burocrazia”. Il Doge ha infatti sollevato un fiume di polemiche e scontento, nelle migliaia di dipendenti federali che sono stati allontanati ma anche in vasti settori di opinione pubblica che non hanno gradito un’azione così radicale. Lo dimostra, tra le altre cose, il voto del 4 novembre scorso per il governatore della Virginia, dove risiedono molti dipendenti federali e dove i repubblicani hanno incassato una decisa sconfitta elettorale. Di fronte a costi politici e sociali così alti, non sembra poi che i benefici siano stati quelli sperati dall’amministrazione Trump.










