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Esce il terzo capitolo della personale saga sulla capitale. Non un romanzo ma un insieme di folgoranti "cartoline" dalla più effimera delle città eterne
Non sono più di una manciata, in Italia, gli scrittori di cui è opportuno leggere tutto, qualunque cosa scrivano, quale che sia il grado di riuscita delle loro opere. Scrittori che in un modo o nell'altro infilano sempre nelle loro opere qualcosa di importante, qualcosa - come si dice - da portare a casa. Potrei citare Aldo Busi, Walter Siti, Francesco Permunian e pochi altri. Tra questi, uno senza dubbio: Aurelio Picca.
Quando lessi, nei primi anni '90, la sua prima raccolta di racconti, La schiuma, scrissi sul leggendario settimanale Il Sabato che Picca era la miglior penna della letteratura italiana. E, nonostante l'andamento desultorio della sua opera, non ho mai cambiato idea. La sua lingua è speciale, unica, piena di umori terragni ma senza identificarsi con essi; è un bulbo, un rizoma cresciuto senza seminagione, oggi con termine un po' fighetto si direbbe: un numero primo.






