Io non mi spezzo in due. C’è da rimanere a bocca aperta di fronte alla forza fisica e alla dignità umana di questo attore vichingo su cui si abbatte ogni tipo di cancro. Lui è Dolph Lundgren, l’Ivan Drago di Rocky IV. La malattia devastante è il flash visivo che apre, rimpolpa, ritorna, infesta di continuo Dolph: unbreakable, biopic totale dentro le cicatrici e le viscere dell’oggi 68enne attore svedese visto tra i primi titoli del Torino Film Festival 2025.
Tra found footage familiare, interviste ai grandi, grossi e muscolosi miti del cinema d’azione anni ottanta (Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Jean-Claude Van Damme) e a veri e propri video ospedalieri, il regista canadese Andrew Holmes traccia un sincero ritratto di questo cristone biondo che attraversa l’action movie della serie A hollywoodiana, botte, calci e pugni, come un treno in corsa per poi arenarsi tra film minori prodotti direttamente per il mercato video, scelte di vita che si riveleranno sbagliate e la mannaia dei tumori che gli invadono il corpo.
Era un teppistello il piccolo Hans – Dolph lo diventerà sul set di Rocky – che nasce e cresce in un sobborgo di Stoccolma e che per il carattere esuberante viene picchiato continuamente dal padre e infine spedito dalla nonna in mezzo alla neve desolata dell’estremo nord. Hans si farà grande con il karate. Già, proprio con la classica montagna di tavolette spezzata con il colpo secco del bordo della mano. A dir la verità, vedendo i filmati spesso in bianco e nero, Hans, dall’alto dei suoi quasi due metri, mette k.o. decine di karateki.









