La passione per il pallone, il lavoro da rider e le amicizie a rischio. Le stesse che gli sono costate la vita. Umberto Catanzaro, ventitreenne originario di Palermo e residente a Napoli, nel quartiere Pianura, ormai da tempo stava coltivando i suoi affetti tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli. Qui viveva la sua fidanzata, ma anche il diciassettenne I.C., vero obiettivo dell’agguato nel quale il giovane attaccante è rimasto ferito per errore: due colpi di pistola all’addome, che questa mattina l’hanno portato a morire dopo due mesi di ricovero all’ospedale Pellegrini.
Agli atti dell’inchiesta che poche settimane fa ha portato all’arresto dei presunti responsabili di quella notte di sangue e terrore, tra cui il ras Salvatore Percich, regista dell’agguato teso in via Conte di Mola: un raid scaturito dalla diffusione di un video hard che ritraeva una sua stretta parente, ci sono le dichiarazioni di chi ha prestato il primo soccorso a Umberto Catanzaro. Il calciatore, la notte del 15 settembre scorso, nonostante i due proiettili conficcati nell’addome era infatti riuscito a trovare la forza di raggiungere l’abitazione della fidanzatina.
Drammatico il racconto affidato dalla ragazzina ai carabinieri che l’avevano subito interrogata: «Ero a casa, stavo dormendo e c’erano anche i miei genitori. All’improvviso abbiamo sentito bussare al campanello. C’era Umberto che diceva di essere stato ferito a colpi di pistola. Poi è svenuto nel corridoio di casa. A quel punto io, mia madre e mio padre l’abbiamo caricato in auto e portato al Pellegrini».








