Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

21 NOVEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 8:12

La voce che annuncia il 25 aprile, lo scopone con Zoff e Bearzot, l’inchino angosciato alla bara di Enrico Berlinguer, le arene faccia a faccia con gli studenti, l’indignazione per il Duce messo sottosopra a piazzale Loreto, l’attesa vana accanto alla mamma di Alfredino, il bimbo nel pozzo. In qualsiasi album dei ricordi si incrocia almeno un’immagine di Sandro Pertini: perfino chi non conosce la sua storia, è in grado di riconoscerne la figura, la pipa, la testa bianca, gli occhiali. È indicato come il “più popolare” presidente della Repubblica, nel senso più letterale: è stato con lui che il capo pro tempore dello Stato ha avuto la maggiore aderenza ai sentimenti comuni di una ampia e trasversale maggioranza dei suoi concittadini, al punto che in certi frangenti il termine popolare ha accarezzato – in anticipo sui tempi – la semantica del populismo.

Non per questo, non solo per questo, Pertini ha ormai assunto negli anni e poi nei decenni i lineamenti del mito, meritevole di mille rappresentazioni, racconti, celebrazioni, da Toto Cutugno ad Andrea Pazienza che ne fece un supereroe, dall’eroe che in effetti è stato – sia detto col dizionario alla mano – come suggerisce lo scorrere della sua vita, anche a ripercorrerla solo a salti. Pacifista quando tutti volevano la guerra – la prima, la Grande, la agognata da destra e sinistra -, iscritto con i socialisti dopo aver saputo che i fascisti avevano ammazzato Giacomo Matteotti, la fuga con Turati nel mare di dicembre verso la Corsica e poi, insofferente, come ingabbiato, nell’esilio in Francia, e ancora combattente a Porta San Paolo dopo l’8 settembre per cominciare a liberare Roma, arrestato torturato condannato a morte, evaso per miracolo (di Giuliano Vassalli) dal carcere nazifascista, e di nuovo combattente al Nord. Fino all’insurrezione finale di cui è protagonista e motore nelle fabbriche di Torino e Milano. Eroe, suggerisce il dizionario: ogni volta che ha avuto la vita salva, ogni volta che poteva ritenersi di nuovo al sicuro, ha rimesso in gioco la sua stessa esistenza a beneficio di ciò per cui ha combattuto per tutta la vita: la libertà per un mondo migliore. Il suo era un concetto espanso di libertà – arcinoto – che gli autoproclamati liberali di cui il tempo presente ci fa dono si rifiutano di vedere e che invece lui ha scolpito in una celebre intervista tv: “La libertà è l’esaltazione della dignità del singolo e quindi non può andare disgiunta dalla giustizia sociale”. Chiuse il cerchio di queste 17 parole con l’elenco di un sistema obliquo, dalle pensioni non dignitose ai salari insufficienti, la promessa mancata del secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, sempre un po’ trascurato. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.