Il caso è chiuso e non c’è trippa per gatti. La sinistra pensava di capitalizzare uno scontro istituzionale che non c’è mai stato tra il Quirinale e Palazzo Chigi. La vicenda del loquace consigliere del Colle, Francesco Saverio Garofani, ha un interesse ridotto allo stato floreale, una questione erboristica, non politica. Non abbiamo mai avuto un periodo di così forte stabilità e naturalmente tanti hanno interesse seminare discordia tra le istituzioni. Sergio Mattarella e Giorgia Meloni hanno un percorso comune dettato dallo spirito del tempo. Anche quando le opinioni divergono, alla fine si ricompongono nel quadro dell’interesse nazionale.
È naturale che tra i due vi siano punti differenti: il presidente innanzi tutto appartiene a un’altra generazione e ha un’altra cultura politica, quella della sinistra Dc, ha vissuto la stagione di quella che Pietro Scoppola definì “la Repubblica dei partiti”, è al secondo mandato al Colle e anche lui, nonostante sia un capitano di lungo corso, sperimenta le novità e le sfide del presente; la premier è l’elemento nuovo della Terza Repubblica con un dinamismo e un’originalità che l’Economist ha descritto come un’eccezionalità nel panorama europeo, il suo governo è il primo dal 2008 battezzato da un risultato chiaro delle urne, è conservatore, è l’esecutivo più solido nell’Unione. Il dialogo tra il Quirinale e Palazzo Chigi non è mai stato fluido nella storia, non esiste - non sarebbe costituzionale - un presidente che telecomanda Palazzo Chigi, come non esiste un governo del tutto svincolato dal rapporto con la presidenza della Repubblica.












