La stima e il rispetto istituzionale per il presidente della Repubblica sono 'immutati', ma se un consigliere 'si permette di fare tali affermazioni in pubblico, non può ricoprire quel posto: è stato inopportuno'.

A sentire diverse ricostruzioni, questo è stato in sintesi il passaggio cruciale del discorso di Giorgia Meloni nel colloquio con Sergio Mattarella al Quirinale. Non a caso, mentre in serata dai due fronti si cerca di definire il caso 'chiuso', nel centrodestra molti ragionano sul fatto che sarà interessante vedere come si muoverà il capo dello Stato nelle prossime settimane. Tutti gli occhi saranno puntati su Francesco Saverio Garofani. Ma il suo ruolo non è mai stato in discussione al Colle.

Un altro motivo per cui appare troppo ottimistico considerare la questione definitivamente archiviata. La durata dei colloqui spesso è indice del loro esito. Venti minuti, quando si cerca un chiarimento su uno scontro istituzionale come non se ne vedevano da tempo, sembrano pochi per poter dire che è andata nel migliore dei modi possibili. C'è chi parla di tregua, definizione che di certo non può piacere a chi come il capo dello Stato predica da sempre l'equilibrio dei poteri. La sensazione diffusa nell'arco parlamentare è che si sia di fatto aperto un braccio di ferro, nel contesto di un caso giornalistico dai contorni non del tutto chiari.Non sono chiare ad esempio le circostanze in cui sono state carpite le parole di Garofani: c'è chi dice un mese fa in un circolo sportivo romano, chi sostiene senza dubbi che sia stato in un locale di piazza Navona una settimana fa. C'è mistero anche sulla fonte dell'articolo, per cui La Verità ieri ha usato uno pseudonimo. Senza contare che quel testo era stato inviato domenica nel primo pomeriggio ad almeno tre quotidiani, tra cui il Giornale, da un tale 'Mario Rossi'.