Padova, 18 nov. (askanews) – Il repertorio è quello classico da comizio e in molti passaggi ricalca gli interventi già pronunciati nelle altre due regioni, Campania e Puglia, che andranno al voto, insieme al Veneto, domenica e lunedì prossimi. Ma per il centrodestra quella in Veneto non è una elezione qualsiasi, e non lo è soprattutto per Giorgia Meloni che dopo mesi di trattative ha accettato che il candidato a succedere a Luca Zaia fosse il leghista Alberto Stefani, sebbene da queste parti Fdi si sia attestato come primo partito sia alle Politiche che alle Europee. Un primato che la premier intende mantenere. La vittoria della coalizione di governo nei fatti è data per scontata e il punto, come spiega il ministro delle Infrastrutture, non è vincere ma “stravincere”. Poi, però, c’è la sfida nella sfida a chi ottiene più consensi, soprattutto tra i meloniani e il partito di Matteo Salvini.
Il centrodestra si presenta al Palageox di Padova per il comizio di chiusura come sempre ostentando la sua unità. Lo sottolinea anche la presidente del Consiglio che marca la differenza tra quella che definisce una “comunità umana e politica” e il campo largo che descrive come “una alleanza di comodo tenuta insieme da una colla scadente”. Ma basta gettare un’occhiata alla ‘guerra delle bandiere’ per capire che la competizione interna è fortissima. Quelle di Fratelli d’Italia spiccano per quantità, il resto lo fa l’ovazione alla presidente del Consiglio poco prima che salga sul palco. Giorgia Meloni sa che deve mandare un messaggio anche alla sua comunità e lo fa definendola “onesta” e, non a caso, “generosa” in particolare qui in Veneto: se non ci fossero loro, spiega, “io non potrei fare il lavoro che faccio”. Idem nel passaggio molto affettuoso dedicato ad Alberto Stefani al quale, però, la presidente del Consiglio augura di governare attorniato da una “numerosa pattuglia di consiglieri” del suo partito.








