Quando Patricia Martins è uscita di casa per andare a prendere il figlio all’allenamento di calcio, non immaginava che sarebbe rientrata con un passeggero in più. Arrivata al campo, ha visto correre verso di lei il piccolo Heitor Gabriel, 8 anni, con un enorme sorriso e — tra le braccia — una cagnolina color caramello, magra e sporca. “Ma… cos’è quello?”, chiede Patricia, sorpresa, mentre filma la scena. “Era abbandonata. Posso portarla a casa?”, risponde lui, deciso.
Un piano già studiato
Patricia prova a farlo ragionare: “Ma ha un collare, non sembra sola”. Heitor, però, aveva già previsto l’obiezione. La collaretta l’aveva messa lui, per portare la cucciola in sicurezza. Non solo: aveva domandato ai vicini e ai passanti. Tutti confermavano che la cagnolina vagava da sola da tempo. Nel frattempo, la piccola — completamente rilassata — masticava un osso come se sapesse che la decisione era già stata presa. E il bambino aveva già pensato anche al nome: Pipoca.
“Mamma, io mi prendo cura di lei”
Patricia tenta un ultimo argomento: “Ma a casa c’è Panthera, è grande… potrebbe farle male”. Heitor, però, resta fermo nella sua decisione: “Non starà insieme a Panthera, te lo prometto. Mi prenderò cura io di lei”. Ogni “no” della madre si scontrava con un nuovo, sorprendentemente maturo, argomento del bambino. A quel punto, Patricia capisce che la battaglia è persa. “Ma le hai già dato anche un nome?”, chiede con rassegnazione, più che sorpresa.






