Ancora oggi l’intro di Quei bravi ragazzi, che ritorna nelle nostre sale cinematografiche fino al 19 novembre, non potrebbe esistere senza l’iconico classico di Tony Bennet Rags To Riches, capace di riassumere perfettamente e in pochissime note lo spirito autentico di quel tempo. Infatti il brano, composto dal duo Adler e Ross, giocava apertamente sul famoso detto anglosassone, dalle stalle alle stelle, raccontando il mito del sogno americano e le infinite possibilità, per chi dalla vita aveva avuto ben poco, di raggiungere successi mai isperati fino ad ora. Solamente 37 anni dopo, Martin Scorsese ne fece il brano testamento di uno dei suoi più grandi capolavori.
Nel raccontare ascesa e caduta di Henry Hill, cresciuto nel mito dei grandi gangster italoamericani, Scorsese si servì del brano di Bennett per introdurre romanticamente e testualmente tutto ciò che il nostro antieroe avrebbe intrapreso e ottenuto nella sua lunga e intrepida carriera di aspirante mafioso. Ricchezza, potere, sfarzo, stile. Ogni bene possibile al raggiungimento del suo unico obiettivo; essere il più grande gangster di sempre.
Se Il Padrino di Francis Ford Coppola fece della musica di Nino Rota l’unico elemento veramente teso a mostrare un apparente codice d’onore tramandato da famiglia in famiglia, Scorsese nel rilesse il genere utilizzando un campionario musicalmente vasto che ne mettesse in scena le contraddizioni, il fascino maligno e la sua caduta roboante. Come il mito del cavaliere romantico, che fu distrutto dai suoi stessi codici ormai anacronistici, Scorsese fece del suo film un trattato antropologico sulla morte del gangster tout court, fornendosi del racconto di colui che fin da ragazzo aveva visto dalla finestra della sua abitazione nel Bronx il “magico” mondo della criminalità organizzata.














