Tolti i panni del supereroe, nell’ultimo film Dwayne “The Rock” Johnson si mostra fragile: “So cosa significa guardare l’uomo che ami mentre cade”

di Antonella Matranga

Quello che più colpisce quando s’incontra Dwayne Johnson non è la sua altezza, la prestanza fisica, il sorriso aperto, ma la gentilezza e quella vulnerabilità nello sguardo che non ci si aspetta da “The Rock”. Polo blu, occhiali a goccia, mocassini scuri, l’attore americano di origini samoane ha celebrato la sua prima volta al Lido di Venezia con The Smashing Machine di Benny Safdie (Leone d’argento, nelle sale dal 19 novembre), in cui interpreta la leggenda delle Mma Mark Kerr compiendo la trasformazione più radicale della sua carriera. Ambientato alla fine degli anni 90, il film racconta l’ascesa di Kerr nelle arti marziali miste, le sue battaglie contro la dipendenza, il rapporto conflittuale con la compagna Dawn Staples (Emily Blunt) e la guerra interiore che gli è quasi costata la vita. Per anni Johnson è stato un simbolo del potere dei blockbuster: con il suo nome garantiva appeal commerciale e intrattenimento d’impatto. "Hollywood ti può relegare in una categoria: tu fai questo e basta", racconta. "Mi è piaciuto fare quei film, mi sono divertito, ho guadagnato tanto, ma a 50 anni ho cominciato a sentire una vocina che mi diceva: “E se fossi in grado di fare altro?”. Solo che non sapevo come". Nel dramma di Benny Safdie baratta quella spavalderia da supereroe con una fragilità che ha impressionato pubblico e critica, tanto da essere già dato tra i candidati al prossimo Oscar.