Della Cina si parla molto per i dazi imposti da Donald Trump, ma Xi Jinping ha un altro grave problema di cui preoccuparsi. Per il terzo anno consecutivo i prezzi di molti prodotti di uso quotidiano sono scesi, e il Paese sta registrando un pericoloso ciclo di deflazione che potrebbe avere effetti negativi anche nel resto del mondo. Un'indagine di Bloomberg, condotta in 36 grandi città su 70 prodotti, ha evidenziato che i dati forniti dal governo non riflettono la realtà e sono forse edulcorati per nascondere il vero problema: la sovrapproduzione. Il prezzo delle auto Byd è calato del 27% come quello delle case; le bistecche costano il 14% in meno, le patate il 17%, persino il vino della Grande Muraglia è sceso del 29%. Ma anche il polisilicio dei pannelli solari costa un quinto di tre anni fa e i tondini in ferro per il cemento armato sono ai minimi dal 2017.
Quando un Paese entra in una spirale deflazionistica la domanda diventa debole e la crescita rallenta. Aumenta il risparmio, perché tutti tendono a rinviare gli acquisti nell'attesa di nuovi ribassi. Le imprese tagliano la produzione e licenziano operai e dirigenti. Il mercato immobiliare crolla. L'onere del debito aumenta, generando nuova deflazione. Se a questa situazione si aggiungono dazi che rallentano le esportazioni, con i prodotti che non vanno più all'estero offerti sul mercato interno a prezzi stracciati, la possibilità che si inneschi un meccanismo auto-rinforzante è molto alta. Il governo cinese ha commesso alcuni errori che hanno aggravato il fenomeno, sostenendo con forti aiuti la produzione di veicoli elettrici e favorendo una guerra al ribasso dei prezzi. In luglio c'è stata una prima correzione con limiti alla concorrenza, ma non c'è traccia di quel trasferimento di risorse alle famiglie che potrebbe rilanciare i consumi e un po'di inflazione. I soldi pubblici vanno ancora quasi tutti a settori considerati strategici, come l'Intelligenza artificiale, i semiconduttori e l'energia verde. L'inflazione intanto si azzera e alla fine del 2025 sarà la seconda più bassa nell'elenco delle prime 200 economie del mondo.






