In «Good Omens», romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman poi diventato una serie Prime, si dice che qualunque cassetta (siamo nel 1990) lasciata a lungo in un’auto si trasforma in un "best of” dei Queen. Succede qualcosa di simile a un franchise comprato dalla Disney: diventa nel tempo qualcosa di diverso, in genere di peggiore, anche se non necessariamente. Lo si vede anche in «Predator: Badlands» di Dan Trachtenberg, nuovo film della saga iniziata nel 1987 con il «Predator» diretto da John McTiernan e con protagonista un Arnold Schwarzenegger al massimo della forma.

Per ravvivare il franchise Trachtenberg, già regista di «Prey» (2022), film del franchise ambientato nel Settecento fra i Comanche, e co-regista (con Joshua Wassung) dell’animato «Predator: Killer dei Killer», uscito quest’anno su Disney+, sposta il focus dagli umani agli Yautja, la specie aliena alla quale appartengono i Predator. Inoltre, come del resto già attestato in «Predator 2» del 1990, dove si vedeva nell’astronave dei Predator il cranio di uno xenomorfo e confermato dai due «Aliens vs Predator» (usciti rispettivamente nel 2004 e nel 2007) la saga di Predator e quella di Alien condividono lo stesso universo.

Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) è un giovane Yautja, meno abile e quindi marginalizzato rispetto agli altri del suo clan, solo il fratello Kwei (Mike Homik) cerca di aiutarlo, il padre Njohrr (Reuben de Jong) ordina addirittura a Kwei di ucciderlo, ma questi gli si rivolta contro e prima di morire (ucciso dallo spietato genitore) lo manda nel maledetto pianeta Genna dove Dek spera di coprirsi di gloria uccidendo l’essere misterioso e letale conosciuto come Kalisk.