Scion ha chiuso. Per ora. Michael Burry ha spento le luci del suo hedge fund nel momento più rumoroso dell’anno per la sua figura. La decisione di deregistrare Scion Asset Management dalla SEC è arrivata pochi giorni dopo la diffusione dei documenti regolamentari che rivelavano nuove scommesse ribassiste contro Palantir e Nvidia, due tra i principali simboli della corsa all’intelligenza artificiale. La notizia ha scosso un mercato già sensibile ai segnali di frenata, riportando al centro l’investitore che anticipò il crollo dei mutui subprime e che da anni sfida il consenso. La SEC ha aggiornato lo stato di Scion a “terminated” il 10 novembre, sancendo l’uscita dal perimetro dei fund manager obbligati a presentare report pubblici. La mossa è arrivata mentre il filing trimestrale del fondo circolava tra analisti e investitori. Il documento mostrava un pacchetto di put su Palantir per un valore nozionale di 912 milioni di dollari e una posizione più piccola contro Nvidia. Il costo reale dell’operazione era però limitato, circa 9,2 milioni di dollari, e Burry – reso celebre dal libro The Big Short – aveva lasciato intendere su X che lo short potesse essere già stato chiuso. Il solo annuncio aveva comunque innescato un contraccolpo: il 4 novembre Palantir aveva perso quasi l’8% nonostante utili migliori delle attese. Il canale Economia: tutte le news su finanza e mercati In quelle ore Burry aveva ammesso di sentirsi «non in sincronia» con un mercato che continua a premiare valutazioni elevate e un entusiasmo diffuso per l’AI. Un concetto condiviso con i suoi clienti al momento della decisione di liquidare l’hedge fund. E una condizione che, nella lettura di molti osservatori, spiega più della scelta tecnica di chiudere il fondo di Saratoga, in California. Negli ultimi anni diversi short seller di lungo corso, da Jim Chanos a Nate Anderson, hanno sgomberato il campo mentre il Nasdaq e l’S&P 500 hanno continuato a salire, battendo i record di trimestre in trimestre. La nuova stagione dominata dall’intelligenza artificiale ha reso ancora più difficile la vita dei ribassisti, costretti a confrontarsi con capitalizzazioni in ascesa e una liquidità persistente. Il confronto più acceso è stato con Palantir, il gigante della commistione fra difesa, big data e intelligenza artificiale. Il ceo Alex Karp, in un’intervista a CNBC, aveva attaccato i «short seller che mettono in dubbio l’AI per fare soldi», difendendo il valore dell’azienda e la sua posizione strategica. L’ira del manager era rivolta proprio a Burry, che nelle settimane precedenti aveva criticato duramente la sostenibilità dell’attuale boom dell’intelligenza artificiale. In particolare, aveva accusato i grandi gruppi che costruiscono infrastrutture cloud di allungare la vita utile dei server AI per diluire gli ammortamenti, producendo utili in modo non virtuoso. A suo giudizio, fra il 2026 e il 2028 queste pratiche potrebbero mascherare fino a 176 miliardi di dollari di costi. Alcuni gestori ritengono però che il tema sia noto e che la vera domanda resti se gli investimenti colossali dell’AI porteranno un ritorno duraturo. «Non sarà l’ammortamento il punto dirimente», ha osservato Jim Tierney di AllianceBernstein in una nota. Per altri, la chiusura del fondo è un gesto di ritiro tattico. Bruno Schneller, di Erlen Capital Management, legge la mossa come «un passo indietro da un gioco che Burry considera alterato», più che un addio definitivo. Il manager potrebbe continuare come family office, gestendo capitale proprio lontano dai riflettori e senza obblighi regolamentari. Ed è per questo che si guarda con interesse al 25 novembre. Sempre su X Burry ha scritto che ci saranno novità fra dieci giorni. L’appuntamento, dunque, potrebbe essere solo rimandato. La mancanza di sincronia fra l’investitore e il mercato potrebbe ripresentarsi, così come no. Il fondatore di Scion resta legato alla sua scommessa sui mutui subprime, immortalata nel libro di Michael Lewis e nel film che lo hanno consacrato come voce fuori dal coro. La sua figura è circondata da un’aura di isolamento e disciplina, rafforzata da un passato segnato dalla perdita di un occhio da bambino e da un percorso che lo ha portato dalla medicina alla finanza. Non a caso, nel suo profilo “Cassandra Unchained” su X riecheggia la profetessa condannata a non essere creduta, un simbolo che ben si adatta alla sua identità di investitore contrarian. Non è la prima volta che Burry si chiama fuori. Dopo gli utili della crisi subprime del 2008, +489,34% al netto delle commissioni e delle spese, aveva chiuso Scion Capital, per poi riaprire nel 2013. Anche questa uscita potrebbe essere temporanea. Poco prima del filing di chiusura aveva scritto su X: «A volte vediamo le bolle. A volte c’è qualcosa da fare. A volte l’unica mossa vincente è non giocare». Oggi quella frase suona come la sintesi del suo nuovo passo di lato, che potrebbe essere solo temporaneo.
Il re della “Grande scommessa” getta la spugna: "Non capisco più questi mercati"
Michael Burry, reso celebre da The Big Short, liquida il suo fondo Scion










