Antonio Mauceri si svegliava in piena notte, si vestiva più in fretta che poteva e si precipitava dove era segnalato il guasto, per coordinare le squadre di soccorso. Lavorava alle dipendenze della Rfi, la Rete ferroviaria italiana, in qualità di impiegato responsabile della struttura operativa complessa. Per turni di dieci, dodici ore al giorno. Lo ha fatto per quasi quarant’anni: 37 a volere essere precisi. Dall’aprile dell’85 all’ottobre del 2022.
Quando – il 12 del mese, a 61 anni – è stato svegliato nel sonno, si è vestito ed è corso nel punto in cui era stato segnalato il guasto, per ripristinare il tratto ferroviario interessato. A quel punto l'uomo, originario di Taranto, è stato colto da un infarto, letale. Che adesso è stato riconosciuto dal tribunale come connesso allo stress da lavoro, che dà diritto alla vedova alla rendita per decesso da stress da lavoro correlato, riconosciuto dunque come infortunio.
La battaglia processuale è stata condotta con l’assistenza dell’avvocato Fabrizio Del Vecchio. Che ha evidenziato come numerose fossero le telefonate giunte a Mauceri in tarda notte per invitarlo a prendere quanto prima servizio, creandogli grave ansia e stress. Mauceri, peraltro, solo pochi giorni prima del decesso si era sottoposto a una visita cardiologica nell’ambito di normali controlli di routine. Da cui nulla di rilevante era emerso. Fino alla notte del 12 ottobre, quando un infarto del miocardio è risultato fatale.







