Le note del silenzio, i passi cadenzati, le bandiere abbrunate, le carezze alle bare, il volto impietrito di Ciampi. È il rituale del dolore che accomuna l’Italia: i familiari e i commilitoni presenti nella basilica, la folla che ha fatto ala ai feretri lungo il percorso, le migliaia di cittadini sconosciuti che per ore, la notte della vigilia, hanno sfilato all’Altare della Patria, lontano dalla luce dei riflettori.

E poi i molti milioni che ieri mattina, via radio e tv, sono stati in qualche modo presenti perché anche loro volevano esserci. Nulla di simile era mai accaduto: nessun fatto, nessuna tragedia della nostra storia recente aveva avuto la forza schiacciante di trasformare il cordoglio nazionale in un sentimento complesso fatto di orgoglio, dignità, fierezza e rifiuto dell’ostentazione.

È questo l’amor di patria? Certo è senso di appartenenza, bisogno di unione, ritorno a qualcosa che sembrava sommerso dal tempo. Dal cratere di Nassiriya è emerso un paese sconosciuto che, di fronte alla morte di diciannove suoi cittadini, dimentica le solite frammentazioni di tifo politico, calcistico, di campanile; un paese civile, che per una volta riesce a superare quella complessa mistura di autodenigrazione e di senso di inferiorità che forma gran parte della nostra psicologia collettiva; un paese serio, che non si è fatto catturare dalla retorica che in questi giorni gli è stata somministrata in dosi massicce.