Si sono vissuti attimi di terrore in una scuola superiore di Torino dove uno studente 15enne, l’altra mattina, ha puntato in faccia al suo professore di matematica una pistola. E, prima di alzarla verso l’insegnante, mirando con il braccio teso, ha scarrellato, ovvero ha fatto il gesto che si fa per caricare l’arma e sparare. Una follia. Anche perché il ragazzo aveva tolto il tappo rosso alla semiautomatica finta che aveva tirato fuori dallo zaino, ma il povero docente questo non lo sapeva. Probabilmente credeva fosse una pistola vera. Ed è rimasto paralizzato dalla paura per un tempo che gli sarà sembrato interminabile. Come a tutto il resto della classe che ha trattenuto il fiato, nel silenzio assoluto, fino a quando il 15enne ha abbassato l’arma ed è ritornato a sedersi nel suo banco. Non avrebbe detto nulla, nessun minaccia verbale. L’insegnante, però, ai suoi rappresentanti sindacali ha detto di non voler raccontare niente di quello che è successo, perché ancora troppo scosso. Ha però espresso tutta la sua amarezza alla dirigente della scuola dove lui si è insediato da pochi mesi. Poi è partita la chiamata alla polizia. Mezz’ora dopo all’istituto «Giuseppe Peano» – circa novecento alunni divisi tra Istituto Tecnico e Liceo Scientifico – alla periferia nord della città, sono arrivate diverse volanti della polizia. Gli agenti hanno prelevato il ragazzino e lo hanno accompagnato a casa dove hanno anche effettuato una perquisizione domiciliare per capire se fosse in possesso di altre armi giocattolo. Ma anche per comprendere il contesto in cui vive. È stato denunciato per minacce e quindi riconsegnato ai genitori. «Era solo uno scherzo, la pistola è finta…» - si sarebbe giustificato. Al momento nei suoi confronti la scuola non ha ancora adottato dei provvedimenti disciplinari anche se sono praticamente inevitabili. Allarme tra i docenti Quando le volanti della polizia si sono allontanate con il quindicenne, tra le aule e i corridoi della scuola è rimasta solo la perplessità. E anche la paura dei professori. Che la scuola fosse diventata sempre più complicata l’avevano capito prima di tutti proprio loro. L’istituto si trova al confine tra i difficili quartieri di Barriera di Milano e Borgo Vittoria. «E, da almeno tre anni, notiamo che gli alunni più piccoli sono sempre più difficili da gestire», dice uno dei docenti che, come tutti gli altri colleghi, preferisce restare anonimo. Ma rivela quello che accade intorno alla scuola, dove succede spesso che, dopo l’uscita, un gruppo di studenti di 14 e 15 anni fermi dei coetanei o degli studenti più grandi. «Chiedono sotto minaccia dieci euro oppure addirittura il cellulare» – racconta un’altra insegnante –. «Quando ho domandato a una mia classe quinta in quanti avessero vissuto episodi di questo tipo, su venti hanno alzato la mano in sei. Capisce che è una situazione complicata». Tra violenza, disagio e mancanza di risorse La pistola puntata in faccia al prof di matematica segue solo di qualche giorno la “spedizione punitiva” attuata da un gruppo di giovani nei confronti di un maestro di un’altra scuola, accusato di aver “alzato le mani” sugli alunni. Di nuovo in Barriera di Milano, di nuovo in un contesto dove per chi si occupa di scuola è sempre più difficile operare. Un altro insegnante si sfoga: «A noi vengono richieste capacità che non abbiamo – allarga le braccia – dobbiamo essere psicologi, assistenti sociali, educatori e forse infine possiamo trasmettere un po’ di conoscenza». Siamo pieni di responsabilità e appena mettiamo voti negativi abbiamo genitori che ci chiedono spiegazioni e studenti che contestano i voti e li subiscono come un torto enorme e come non un’occasione per fare autocritica». E conclude: «Il rispetto delle regole diventa difficile in un contesto che si tende a delegittimare. Gli ultimi casi di insegnanti denunciati e condannati perché non hanno vigilato abbastanza ne è un esempio». «Le periferie sono contesti complicati» – spiega Simona Sacchero, segretaria provinciale Cisl Scuola Torino e Canavese – «e l’aggressività giovanile si fa sentire sempre di più. Alcune scuole provano a difendersi mettendo in campo momenti di riflessione e di analisi degli episodi di violenza». Ma i mezzi che l’istruzione può dispiegare sono limitati. «La complessità con cui si misurano gli insegnanti cresce sempre di più – spiega ancora Sacchero – e quindi ai margini delle città servono più risorse umane, più formazione e più risorse economiche».
Torino, studente di 15 anni punta la pistola contro un professore in aula
Al Peano di corso Venezia, la minaccia senza dire una parola. Poi agli agenti: «È falsa, stavo scherzando»






