"Una tragedia, mi fa pena sapere di tutti questi morti.
Nonostante i progressi, nelle conoscenze e nell'equipaggiamento, le montagne sono rimaste pericolose. Inoltre, uno dei due incidenti ha coinvolto un gruppo molto numeroso, per questo sono morti in tanti". Lo afferma in un'intervista al Corriere della Sera, Reinhold Messner, commentando la tragedia degli alpinisti italiani morti in Nepal.
"Non conosco esattamente cosa è successo - aggiunge -. Due sono stati travolti mentre si trovavano in tenda, una situazione drammatica, non fai in tempo a muoverti, muori soffocato. Gli altri invece stavano facendo trekking sullo Yalung Ri, una camminata con una salita di un seimila, una bellissima forma per fare alpinismo in una zona meravigliosa. Molti anni fa ci sono passato anch'io andando verso Kathmandu, ma non ho scalato quelle vette. È una situazione diversa dagli Ottomila, come l'Everest o il Manaslu, dove gli alpinisti sono così tanti che aspettano il loro turno in fila. Nel trekking non c'è questo rischio, ogni montagna offre diverse possibilità per camminare. In Nepal sono solo due i sentieri strabattuti: il giro dell'Annapurna e l'avvicinamento al campo base dell'Everest".
"Mettere un piede in montagna - prosegue Messner - non è come andare sui prati, il rischio c'è sempre. È molto importante che tutti sappiano che la montagna è migliaia di volte più forte di noi. Come umani siamo molto limitati nelle nostre capacità di sfuggire a una valanga, di riuscire a salvarci all'ultimo momento. Finché la gente andrà in montagna, avremo dei morti; e maggiore sarà l'afflusso, maggiori saranno le vittime".












