Solo per capire: ma per quale misteriosa ragione, a proposito del terrificante caso di accoltellamento multiplo di sabato sera sul treno per Londra, non si dovrebbe parlare di “terrorismo”? Le autorità locali si sono subito affrettate a far circolare due informazioni: non sarebbe - dicono - un caso di “terrorismo” e i due arrestati sono cittadini britannici. E noi naturalmente ci atteniamo a queste sommarie informazioni iniziali: mentre scrivo, infatti, non posso sapere cosa stia emergendo dagli interrogatori e dalle indagini. È dunque saggio in questa fase formulare tutte le ipotesi possibili: escludendo il movente religioso e quindi l’estremismo islamista, resta un ventaglio di possibilità, dall’odio di seconda o terza generazione verso il proprio paese al puro nichilismo distruttivo, passando per la spiegazione- da molti preferita in questi casi - della “follia” individuale.
Ecco: anche puntando sulle motivazioni più pazze e irrazionali (due lupi solitari che colpiscono per il sadico piacere di far male), resta la domanda iniziale: perché non dovremmo parlare di “terrorismo”? In questo caso, non sarebbe terrorismo religioso, non sarebbe terrorismo politico, ma si tratterebbe pur sempre di un atto di terrore. O no? Giriamola al contrario: se non è terrorismo accoltellare selvaggiamente una decina di persone, cosa deve succedere per usare quel termine? La realtà è che, in troppe società tuttora dominate dalla distorsione politicamente corretta, non c’è solo un crollo della sicurezza, ma pure un collasso relativo al rapporto con la verità, alla capacità di chiamare le cose con il loro nome. Se ci pensate, non è una novità.











