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Dall'infanzia nei boschi del Canada alle opinioni scomode: la versione di Margaret

C'è una fotografia in bianco e nero di Margaret Atwood a cinque anni, appoggiata su un tronco in riva a un lago, mentre tiene fra le mani dei pesci che ha appena pescato. L'espressione è contrariata. Da brava bambina sensibile, avrà avuto compassione per i poveri pesci? Ma no, è che l'odore dei persici la disgustava, anche perché le toccava il compito di eviscerarli...

Succede, quando trascorri un'infanzia nei boschi del Canada al seguito di un padre entomologo, di prendere l'esistenza in modo, diciamo così, piuttosto spiccio, e di non preoccuparti troppo dei pregiudizi di moda. Succede ancora di più se sei Margaret Atwood e stai per compiere 86 anni (il 18 novembre) e, alla fine, ti sei convinta a scrivere qualcosa che ti eri sempre rifiutata: "Una specie di autobiografia", che esce oggi in contemporanea mondiale, in Italia con il titolo Le nostre vite (come sempre Ponte alle Grazie, pagg. 768, euro 25). Il punto di partenza è che nella persona scrittore ci siano la persona e lo scrittore e che perciò si possano raccontare entrambi: nel caso di Atwood, Peggy (il soprannome in famiglia) e Margaret, laddove "Peggy era l'Allegro Gemelli; Margaret il Pensieroso Scorpione, un tipo decisamente più equivoco", e indovinate un po' chi dei due sia l'autore di Il racconto dell'Ancella, I testamenti, L'altra Grace, L'assassino cieco...